Commissioner Geoghegan-Quinn: open letter for the Italian Bioeconomy

Ladies and gentlemen,

While I cannot be with you in person at this important conference, I am delighted to be able to briefly share some thoughts with you via this open letter.

The Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy addresses many subjects of direct relevance to the European Union’s priorities in the field of research and innovation, in particular Innovation Union, the new Horizon 2020 programme and the European Bioeconomy Strategy.

The innovation potential of industrial biotechnology is huge. It can make a major contribution to greening Europe’s industries by providing more sustainable and resource efficient processes. It will also deliver entirely new ways of transforming renewable biological resources into a wide range of products. The development of biorefineries, the factories in which such  processes are to be implemented, will trigger new investments and create many new jobs in rural areas. The development of bio-based products will open new markets and strengthen the competitiveness of European companies.

The advancement of bio-based products will also reduce our dependency on fossil resources and contribute substantially to the reduction of greenhouse gas emissions.

Let me elaborate on one concrete example which you will cover during this conference. The European Commission recently made  a proposal to amend important Directives on renewable energy and fuel quality, in particular in connection with biofuels. Some biofuels may not achieve the desired level of greenhouse gas emission savings due to so-called ILUC (indirect land-use change) effects. In order to make sure that we achieve the necessary emission reductions, the proposal will encourage the use of advanced biofuels. Discussions on new technologies, such as those you have scheduled here, followed by rapid deployment will be essential if we are to achieve our goals.

Europe is fully determined to build a strong bioeconomy. The European Bioeconomy Strategy is designed to deliver a significant contribution to the Europe 2020 goals of smart, sustainable and inclusive growth.

Coming to Horizon 2020, an important aim of the new programme for Research and Innovation for the period 2014-2020, is to address major societal challenges. Building the bio-economy is a prominent part of this approach. Industrial biotechnology and research and innovation activities in the field of bio-based industries have an essential role to play in this regard.

The European Commission has also identified biotechnology as a Key Enabling Technology for the competitiveness of European industries. As a consequence, biotechnology-related activities have been included in all three priority areas of Horizon 2020: promoting scientific excellence, building competitive industries and addressing societal challenges.

A significant part of the budget earmarked for bioeconomy research and innovation activities will be invested in developing bio-based industries and their value chains. The European Commission is considering the possibility of implementing this part of Horizon 2020 through a Public-Private Partnership.

Discussions on a proposal for such a PPP on Bio-based Industries are on-going with the relevant industries. This partnership could offer you a unique opportunity to get more directly involved in research and innovation activities at EU level.

In fact, you can get started today. The public consultation on the possible PPP on Bio-based Industries is open until 14 December. You can contribute by going to the website of the Directorate General for Research and Innovation (http://ec.europa.eu/research/consultations/bio_based_h2020/consultation_en.htm) or the website “Your Voice in Europe”.

I strongly encourage you to take part in this consultation and I look forward to our continued collaboration.

Together, we can strengthen the competitiveness of our bio-based industries and build an even stronger European bioeconomy. I trust this conference will trigger many new ideas and initiatives. I am convinced that Horizon 2020 will provide great opportunities to help put these into practice.

Commissioner GEOGHEGAN-QUINN

Brussels, 22 October 2012

La bioeconomia italiana c’è e aspetta un segnale dal governo

La bioeconomia italiana c’è, ha tratti di eccellenza ed è sparsa su tutto il territorio nazionale. Attende che anche il governo nazionale e le Regioni giochino la propria parte, fornendo in primo luogo un quadro legislativo coerente e stabile, finanziando la ricerca e sostenendo la domanda di prodotti innovativi. È questo il messaggio che arriva da Milano, dove il 23 e 24 ottobre si è tenuta la seconda edizione del Forum italiano per le biotecnologie industriali e la bioeconomia, organizzato da Assobiotec, Innovhub-SSI e il Consorzio italiano per la biocatalisi.

Abbiano il nome di grandi gruppi  industriali come Eni, Novamont e Mossi & Ghisolfi, o delle più importanti università e centri di ricerca, gli attori italiani della bioeconomia concordano sulla grande opportunità che questa nuova economia basata sull’utilizzo delle risorse biologiche può offrire all’Italia per coniugare crescita economica, sviluppo sostenibile e creazione di nuovi posti di lavoro.

“La chimica italiana non ha nulla da invidiare agli altri paesi – sostiene Guido Ghisolfi, presidente della Chemtex Italia, una società del gruppo piemontese Mossi & Ghisolfi – siamo secondi solo alla Germania in Europa. Ma oggi grazie alla bioeconomia quelli che sono stati storicamente dei punti di debolezza dell’Italia nel settore chimico possono trasformarsi in fattori di forza. Un esempio? La chimica italiana è stata sempre accusata di essere troppo sparsa sul territorio, adesso, con l’esigenza di creare bioraffinerie diffuse per soddisfare la domanda energetica locale, questo può trasformarsi in un fattore critico di successo”.

Intanto, a Crescentino, in Piemonte, il Gruppo M&G ha da poco avviato l’attività della propria bioraffineria per biocarburanti di seconda generazione. Si raffina la zucchero per fare biocarburanti a costi più bassi di quanto costa sul mercato brasiliano. “Abbiamo venduto la nostra tecnologia (Proesa, ndr) che serve a questo processo anche ai brasiliani. Considerato che il Brasile è il primo produttore mondiale di canna da zucchero, è un po’ come vendere il ghiaccio agli eschimesi”, dice Ghisolfi.

Bioeconomia significa anche riconversione di impianti industriali dismessi, con ricadute significative in campo occupazionale. In questo senso, Novamont, la società novarese guidata da Catia Bastioli, sta svolgendo un ruolo di primissimo piano in Italia. A Porto Torres, insieme a Versalis, ha avviato sul terreno di una ex raffineria dell’Eni una bioraffineria per la produzione di bioplastiche. A Terni, ha rilevato uno stabilimento dismesso di Lyondell-Basell per la produzione di bioplastiche e biolubrificanti. A San Marco Evangelista, in provincia di Caserta, ha rilevato uno stabilimento di Sigma Tau per farne un centro di ricerca biotecnologica. Altri impianti sono presenti nel Veneto e nel Lazio.

“L’Italia – ne è fortemente convinta Catia Bastioli – può vincere questa nuova sfida della bioeconomia. Abbiamo capacità e competenze di primissimo livello, che ci devono spingere a dare piena attuazione agli obiettivi fissati con la Strategia europea per la bioeconomia, lanciata lo scorso febbraio dalla Commissione europea”.

Abbiamo competenze di primissimo livello e diffuse. A Milano sono stati presentati una settantina di progetti di ricerca sul biotech con potenzialità di applicazione per la bioeconomia. È il caso della Protein Factory, che ha illustrato come piante di erba medica hi-tech proteggeranno come  le colture biologiche dall’invasione degli erbicidi delle coltivazioni vicine e permetteranno di bonificare i terreni agricoli dall’accumulo di queste sostanze.    A sviluppare la super erba medica sono stati i ricercatori del centro di ricerca, una vera e propria ”fabbrica delle proteine”, nato dalla collaborazione tra università dell’Insubria di Varese, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e Politecnico di Milano. L’erba medica hi-tech non solo è resistente al più diffuso degli erbicidi, il glifosate, ma è addirittura capace di degradarlo, ripulendo così i terreni agricoli. Il segreto sta in un enzima “mangia-erbicidi”, chiamato glicina ossidasi, che gli stessi ricercatori della ”fabbrica delle proteine” hanno sviluppato in laboratorio a partire da un enzima del batterio Bacillus subtilis.

I primi test condotti in laboratorio sono stati positivi. ”Abbiamo verificato che la pianta resiste perfettamente all’erbicida e nel giro di un paio di mesi è in grado di eliminarne ogni traccia”, spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro e docente di biochimica all’Università dell’Insubria. ”Al momento non è possibile fare esperimenti sul campo – aggiunge – ma pensiamo che in futuro la pianta potrà essere usata sia per bonificare i terreni dall’accumulo di glifosate, sia per creare un argine intorno alle coltivazioni bio in modo che non vengano contaminate dagli erbicidi dei vicini”.

E ancora: la Promis biotech, uno spin-off della Facoltà di Agraria dell’Università di Foggia, ha presentato un progetto basato su batteri, lieviti e muffe ‘Doc’ per migliorare la produzione di alimenti fermentati tipici della gastronomia italiana e fortemente legati al territorio, come vino, aceto, pane e formaggio.

Dall’agro-alimentare, alla chimica-farmaceutica, al comparto energetico e a quello ambientale. Le applicazioni biotecnologiche per sviluppare la bioeconomia italiana, mostrate a Milano, sono diverse e di altissimo livello.

Manca una strategia nazionale che la sostenga, è il grido di allarme che arriva da Milano. Se la Commissaria europea alla Ricerca, Innovazione e Scienza, Maire Geoghegan-Quinn, ha inviato un proprio messaggio di sostegno e vicinanza, da Roma, e dai ministeri della Ricerca e dell’Ambiente in particolare, nulla da segnalare.

Mario Bonaccorso

 

Düsseldorf, la bioeconomia parla tedesco

Düsseldorf: Renania del Nord-Vestfalia. Ai più questa regione della Germania settentrionale porterà alla mente il periodo della grande emigrazione, nel secondo dopoguerra, dei Gastarbeiter che la sera diventavano Spaghettifresser per divenire bersaglio dei peggiori luoghi comuni sugli italiani. Qui, nella regione più ricca e industrializzata di tutta la Germania, ragazzi siciliani, campani, veneti e calabresi hanno trovato lavoro nella grande industria, hanno contribuito a costruire pezzo dopo pezzo la locomotiva tedesca, hanno aperto ristoranti e pizzerie, sono diventati a loro volta tedeschi scalando poco a poco quel paese che anche con la sua lingua sembra volerti dire: “te lo devi sudare il tuo stare qui”. Nasceva a quei tempi il primo embrione di Unione europea, la Ceca, la Comunità economica per il carbone e per l’acciaio, a cui l’Italia poteva contribuire con la sola ricchezza che aveva a disposizione: la sua manodopera. Düsseldorf 2012: ne è passata di acqua sotto i ponti del Reno, ma c’è ancora molta Italia in questo angolo di Germania. Adesso, però, gli italiani che giungono nella capitale renana sono ingegneri e biochimici strappati a caro prezzo alla concorrenza, imprenditori d’avanguardia a cui persino i grandi colossi teutonici guardano con ammirazione. Proprio la capitale renana è la sede dell’European Forum for Industrial Biotechnology and Bio-based economy, l’evento organizzato da EuropaBio, Clib2021 e Smithers Rapra, che riunisce la grande industria europea per confrontarsi sulla strategia per la bioeconomia. La Renania-Vestfalia continua ad essere la regione più ricca e industrializzata della Germania, e guarda al futuro, con una forza e una visione che dovrebbero essere presi a modello da tutti i governanti europei, se solo un modello lo volessero davvero. L’industria continua a innovare, a fondersi con le università e viceversa. La contrapposizione tra scienza e filosofia – ha scritto il grande storico italiano Carlo M. Cipolla – i tedeschi l’hanno risolta nell’Ottocento con le Technische Hochschulen, per creare personaggi come Franz von Baader, l’ingegnere minerario di Monaco di Baviera le cui opere filosofiche influenzarono la filosofia della natura di Friedrich Schelling, o Rudolf Diesel, l’inventore dell’omonimo motore, famoso anche per la sua filosofia internazionalista. È questo forse il loro grande vantaggio su un paese come l’Italia. Nei politecnici di tutta la Germania si studia filosofia e ci si sporca le mani con il grasso delle macchine. Non potrebbe esserci quindi posto migliore di Düsseldorf per parlare di bioeconomia, un metasettore in cui si mescola il presente dell’industria con la visione del suo domani, l’ideale di poter rendere il mondo un posto migliore in cui vivere con la voglia di fare crescere i fatturati e di creare nuove opportunità di lavoro altamente specializzato. In una parola sola: progresso. La capitale della Renania del Nord ha accolto per tre giorni – dal 16 al 18 ottobre – la bioeconomia, un’area che già oggi dà lavoro in Europa a 22 milioni di persone e genera un volume d’affari di 2000 miliardi di euro, e che offre, soprattutto grazie all’applicazione industriale delle  biotecnologie, possibilità di soluzione alle maggiori sfide che pone all’essere umano il terzo millennio: l’aumento della popolazione mondiale e il suo invecchiamento, l’affrancamento da fonti energetiche fossili e il risanamento ambientale.

Mario Bonaccorso

Clib2021: storia di un cluster che funziona

L’Europa guarda al 2020? Be’, qui siamo già oltre. Il domani si progetta per tempo e il Cluster delle biotecnologie industriali di Düsseldorf si proietta all’anno successivo, mettendolo bene in chiaro fin dalla sua denominazione. Clib 2021 (Cluster Industrielle Biotechnologie) è la storia di un cluster che funziona, mettendo insieme l’eccellenza tedesca nel campo della ricerca e sviluppo, della produzione e della commercializzazione in tutti i settori che compongono la bioeconomia.
La grande industria germanica è presente in massa: Altana, Basf, Henkel, Evonik, Lanxess, Bayer. Ma anche più di una quarantina di PMI, università e centri di ricerca del calibro del Fraunhofer, associazioni, banche e venture capital (perché la ricerca va sostenuta finanziariamente). E non solo tedeschi, visto che tra i membri del cluster si trova anche l’Istituto di Biochimica A.N. Bach dell’Accademia Russa di Scienze, con cui Clib ha attivo dal 2010 un programma di coordinamento di progetti scientifici in campo biotecnologico.
Il cluster è infatti un soggetto autonomo, che richiede una quota di partecipazione ai propri membri differenziata in base alla capacità contributiva e che è in grado anche di generare un proprio fatturato.
Clib2021 nasce nel 2007, quando la cordata della regione del Nord-Reno Vestfalia vince il bando promosso dal ministero per la Ricerca e l’Innovazione federale. Nell’aprile 2009 nasce il Clib-Graduate Cluster, una iniziativa congiunta di tre università del cluster: TU Dortmund, Bielefeld e Heinrich Heine di Düsseldorf. “Si tratta – spiega Tatjana Schwabe, responsabile scientifica di Clib – di un’iniziativa di dottorato finalizzata a stringere ancora più strettamente le relazioni tra accademia e industria. La ricerca nei tre atenei coinvolti è orientata verso le problematiche che interessano le imprese, e il coinvolgimento delle imprese nell’educazione degli studenti è parte fondamentale. Il programma dura tre anni e prevede 3 mesi di stage degli studenti in una delle società che fa parte del cluster. Gli 84 studenti che fanno parte di Clib-GC sono stati scelti tra oltre 2000 candidati da tutto il mondo, le lezioni sono in inglese e la ricerca si muove principalmente nei campi delle biotecnologie industriali, analisi genomica, espressione delle proteine e  biocatalisi. Complessivamente il progetto è finanziato con 7,2 milioni di euro, 4,1 milioni messi dal ministero dell’Innovazione, della Scienza e della Ricerca della regione del Nord-Reno Vestfalia, il resto dalle tre università promotrici e dalle aziende di Clib2021”.
Il primo studente del Clib-Graduate Cluster a laurearsi è stato, lo scorso 14 giugno, Patrick Schwientek dell’Università di Bielefeld. Con questo progetto interuniversitario, Clib2021 conta di formare i futuri biotecnologici e ingegneri biochimici chiamati a guidare l’industria tedesca.
Da Düsseldorf a Berlino, la Germania non sta ferma a guardare in tema di bioeconomia. Bioindustria 2021 ha rappresentato l’origine di Clib2021, quando il cluster renano fu il prescelto tra cinque candidati al bando federale e si aggiudicò subito fino a 20 milioni di euro di fondi pubblici.
Nel 2011 il ministero federale per la Ricerca e l’Innovazione ha lanciato la strategia “Bioeconomia 2030”, in cui viene delineato il percorso nazionale per l’approdo a un’economia post-petrolifera, grazie all’uso delle risorse rinnovabili e delle biomasse e si dà vita al Consiglio federale per la bioeconomia, un organismo chiamato ad elaborare proposte da sottoporre al governo centrale. Nell’aprile del 2011 è arrivato il primo bando federale nell’ambito di “Bioeconomia 2030”. Industria e accademia sono stati chiamati a costituire alleanze strategiche lungo tutta la filiera della bioeconomia, per ricevere finanziamenti federali.
Sempre nel 2011 sono stati emanati due bandi nell’ambito della strategia “Biotecnologia 2020+” che punta a favorire cooperazioni di lungo termine tra università e centri di ricerca. E da ultimo, con BioChance, sono stati messi a disposizione fondi ulteriori per attrarre in Germania PMI innovative nel campo biotecnologico.
La Germania è un modello, questo sembra evidente. Del resto proprio “Bioeconomia 2030” e la costituzione del Consiglio federale per la bioeconomia hanno avuto un effetto significativo sulla discussione europea, accelerando il lancio della stessa strategia dell’Unione “Innovation for Growth – A Bioeconomy for Europe” lo scorso febbraio. A sottolinearlo è Alfred Puehler, docente di Genetica all’Università di Bielefeld e membro del Consiglio per la bioeconomia, il quale sottolinea anche come sia “essenziale promuovere la ricerca internazionale, e la Germania non deve solo aspettare i passi dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di provare e iniziare progetti di ricerca bilaterali di alto livello tra la Germania e altri paesi. Clib2021 ha già intrapreso questo strada cooperando con Russia, Canada e Brasile”.
Il prossimo 24 ottobre a illustrare in Italia l’organizzazione e i progetti di Clib2021 sarà Manfred Kircher, presidente del consiglio di sorveglianza del cluster, che interverrà alla tavola rotonda di IFIB 2012 (Palazzo Turati, Milano)) intitolata “Come sostenere la crescita bioeconomica in Europa”. I tedeschi sembrano avere le idee molto chiare al riguardo. Attendiamo qualcosa di nuovo sul fronte italiano.

Mario Bonaccorso

Ma dove sono gli italiani?

Quasi 450 delegati e solo 2 provenienti dall’Italia. È questo il dato che fotografa la presenza italiana al Forum europeo per le biotecnologie industriali e la bioeconomia che si è tenuto a Düsseldorf dal 16 al 18 ottobre. Quale il motivo di questa poco significativa presenza a un evento così importante nell’area della bioeconomia? Abbiamo provato a chiederlo agli unici due italiani presenti.
Sergio Amari è l’amministratore delegato della B&T srl, una PMI dell’area monzese specializzata nella produzione di materie prime per l’industria cosmetica. “Per me – ci dice Amari – non è la prima volta ad Efib. Ho già partecipato alle due edizioni precedenti, con l’obiettivo di valutare le possibilità di utilizzo delle biotecnologie nel settore cosmetico. Ho potuto constatare che il biotech è un’opportunità di innovazione del nostro business che ci consente anche di andare verso la sostenibilità”.
“In effetti sono stupito della limitatissima presenza italiana a Efib, ma credo che ciò sia da collegare al fatto che poche aziende fanno ricerca nel campo cosmetico in Italia. Purtroppo a livello di R&S nel nostro paese le imprese sono penalizzate”.
Già il settore cosmetico, e gli altri? E le grandi imprese? “Credo – risponde Amari che l’assenza delle grandi imprese sia legata al conservatorismo, all’assenza di visione. In Italia si va al traino e oggi forse non si sono ancora comprese le enormi potenzialità delle biotecnologie. Io torno da Düsseldorf con due-tre contatti molto utili per la mia azienda. Uno di questi è con la Lanxess, che ci fornirà un enzima per la nostra produzione”.
Massimo Iacobelli è il secondo italiano presente a Efib. Ex direttore medico della società biofarmaceutica Gentium, oggi è il direttore generale della Techitra Srl, una società di technology transfer. “Dal mio punto di vista – ci dice Iacobelli – è da sottolineare l’assenza delle imprese – ma forse per le PMI il costo di partecipazione può essere un ostacolo grosso in questo periodo di crisi (sui 1500 euro, ndr) – ma quella che pesa soprattutto è l’assenza delle istituzioni, ministeri competenti, camere di commercio, che dovrebbero avere il compito di tracciare le linee di sviluppo del paese. Qui in Germania, l’Europa sta discutendo di questo. Non c’è solo l’industria, ma anche i governi e non solo europei. L’assenza italiana è davvero un brutto segnale”.
A tirare su il morale va segnalato che una presenza dell’Italia è stata garantita da due speaker della conferenza di grande peso: Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, che ha partecipato a una tavola rotonda sulle politiche per una bioeconomia europea competitiva con altri capi di aziende europee e non solo, e Michele Rubino, rappresentante di Beta Renewables, la joint venture tra Chemtex Italia (Gruppo Mossi & Ghisolfi) e il fondo americano Texas Pacific Group, che ha presentato la bioraffineria di Crescentino per la produzione di bioetanolo da lignocellulosa. La più grande al mondo.

Mario Bonaccorso

L’industria europea punta decisa sul biotech

Si sono dati tutti appuntamento a Düsseldorf. Circa 450 delegati e, scorrendo la lista dei presenti all’edizione di Efib che si è tenuta dal 16 al 18 ottobre, si capisce l’importanza che le biotecnologie hanno oggi per i grandi gruppi industriali. Il business del futuro è qui, nel biotech. Bayer, Basf, BP, DSM, Dupont, Evonik, Henkel, Solvay, Total, Unilever sono solo alcune delle realtà presenti, certamente le più famose.
Tim O’Connel è il responsabile biotech del colosso chimico Henkel, un fatturato mondiale superiore a 15,6 miliardi di euro nel 2011, con le divisioni Adesivi, Cosmetici e Detersivi. “Il mio lavoro – spiega O’Connell – è analizzare e valutare la qualità di tutti gli enzimi e gli ingredienti biotecnologici in Henkel. L’attenzione di Henkel verso la biotecnologia va inquadrata nell’“ambizione semplice, ma impegnativa, di ottenere di più con meno e triplicare la nostra efficienza entro il 2030. Quest’obiettivo ci impone di anticipare nuove soluzioni e mettere in discussione il modo in cui conduciamo l’attività e le operazioni. Nella strategia di Sostenibilità 2030 stiamo rafforzando la nostra solida tradizione e i fattori che ci hanno procurato successo in passato. Siamo convinti che a lungo termine la sostenibilità sia essenziale per la prosperità futura dell’azienda”. La strategia “Sostenibilità 2030” di Henkel è una strategia a lungo termine per affrontare una delle sfide centrali che attendono l’industria nei prossimi anni: sganciare la crescita dal consumo di risorse.
Verso il biotech e la bioeconomia è molto forte anche l’interesse di Total, il gigante energetico francese con 186,4 miliardi di euro di fatturato nel 2011. Come dimostra la presenza massiccia di manager della società parigina a Düsseldorf. Cristina Feirrera si occupa di R&S per nuovi processi biotech, Marc Gillman è il capo della Divisione Bioenergie e Sviluppo agricolo, Pierre-Emmanuel Beliard lavora nella Divisione Nuove energie.
Manoelle Lepoutre è una dei vicepresidenti esecutivi della società, con l’incarico su Sviluppo sostenibile e ambiente. “L’obiettivo di Total – spiega Lepoutre – è fornire energia al maggior numero possibile di persone. Con una popolazione mondiale destinata a raggiungere i 9 miliardi nel 2050, si stima che la domanda media di energia crescerà dell’1% nei prossimi anni. Per questo motivo, Total crede e partecipa allo sviluppo di nuove energie, in particolare da biomasse e solare fotovoltaico. Dobbiamo fornire più energia e ridurre l’impatto sull’ambiente. Nel 2030 arriveremo ad avere una percentuale sul totale di energia da fonti fossili del 75%, mentre oggi siamo all’81%. Per fare questo dobbiamo investire in tecnologia per avere prodotti innovativi. Ben 7 miliardi di dollari del nostro budget in R&S saranno dedicati a queste tematiche dal 2010 al 2015: nuove energie ma anche maggiore efficienza energetica e riduzione dell’impatto potenziale sull’ambiente”.
Evonik ha annunciato un investimento di 350 milioni di euro fino al 2014 per la produzione di un aminoacido biotech (L-Lysin) che sarà impiegato nel mercato mangimistico mondiale. Secondo Patrik Wohlhauser, membro del consiglio di amministrazione del gruppo tedesco delle specialità chimiche che ha chiuso il 2011 con un fatturato di 14,5 miliardi di euro, “le biotecnologie offrono in diversi settori di business opportunità interessanti per la crescita futura dei profitti e per il rafforzamento della nostra strategia di crescita sostenibile. Nel medio termine l’obiettivo aziendale è di raggiungere nel comparto Salute e Nutrizione un giro d’affari da prodotti biotech di un miliardo di euro”. A dimostrazione delle opportunità di crescita messe a disposizione dalle nuove applicazioni biotecnologica, dalla Evonik fanno presente come negli ultimi due anni il team addetto al biotech attivo nello stabilimento di Halle-Künsebeck sia raddoppiato fino alle 100 unità.
Insomma, sembrerebbe vera l’equazione che più investimenti in innovazione equivalgono a più crescita economica e più opportunità di lavoro qualificato.

Mario Bonaccorso

A Düsseldorf l’Europa gioca di squadra. Ma servono regole chiare

Collaborare per competere, giocare di squadra. È questo il messaggio principale che arriva da Düsseldorf, dove si è appena conclusa la quinta edizione del Forum europeo per le biotecnologie industriali e la bioeconomia (Efib). Industria, Pmi, università, centri di ricerca e istituzioni devono fare sistema per affrontare e vincere le sfide che pone all’umanità il terzo millennio: l’aumento della popolazione mondiale, l’urbanizzazione crescente – 5 miliardi di essere umani vivranno in città nel 2030, ha sottolineato Bernd Muller Rober, esponente del Consiglio tedesco per la bioeconomia, l’approdo a una società post-petrolifera, i cambiamenti climatici. L’Unione europea – ha assicurato Rudolf Strohmeier, direttore generale della DG Ricerca e Innovazione della Commissione europea – farà la propria parte, non solo favorendo le partnership pubblico-privato, ma anche mettendo sul tavolo 80 miliardi di euro per Horizon 2020 (i programmi di ricerca dal 2014 al 2020), di cui 4,6 miliardi per la bioeconomia e 600 milioni  per il biotech, considerata una strategia chiave per l’industria del futuro.
A dimostrazione della forza delle alleanze per competere, Efib è stata l’occasione per mettere in vetrina joint venture già attive o partnership tra aziende europee e non solo, perché le alleanze – altro messaggio che lancia la tre giorni di Düsseldorf – dall’Europa dovranno muoversi verso gli altri continenti, in una logica di filiera non solo verticale (agricoltura, industria, commercio) ma anche orizzontale. Ecco quindi che la Coca Cola Company diventa partner di Avantium, uno spin-off del colosso anglo-olandese Royal Dutch Shell, con l’obiettivo di realizzare entro il 2020 il 100% di bottiglie di plastica bio-based (l’impatto ambientale considerato il volume di vendite delle bevande Coca Cola sarebbe davvero rilevante).
La francese Roquette e l’olandese Dsm hanno dato vita a Reverdia, una joint venture per la produzione di acido succinico bio-based da impiegare in diversi comparti industriali. Il progetto interessa l’Italia, perché la bioraffineria di Reverdia è localizzata a Cassano Spinola, in provincia di Alessandria.
Secondo Will van den Tweel, direttore generale di Reverdia, “le alleanze tra imprese sono la chiave per il successo sul mercato, perché consentono di coniugare forti esperienze in diversi campi di attività con solidi team commerciali.
“Ciò che chiediamo all’Unione europea e agli Stati – sottolinea Marcel Wubbolts, Chief Technology Officer di Dsm – è una stabilità del quadro legislativo, con standard determinati, da cui non si torni indietro”.
“Negli Stati Uniti – fa presente Wubbolts – Dsm ha appena realizzato un investimento di 250 milioni di dollari per produrre bioetanolo di seconda generazione, perché il Renewable Fuel Standard (programma creato nel 2005 all’interno dell’Energy Policy Act) dà certezze alle imprese con obiettivi chiari, come quello di realizzare entro il 2022 7,8 miliardi di galloni di bioetanolo da residui di piante di mais”.
“Non è un caso – chiude il manager olandese – che insieme a Dsm altri gruppi europei, come Novozymes, BP e Chemtex, abbiano deciso di investire negli Stati Uniti: qui nel 2011 l’etanolo ha dato un contributo al Pil di 42,4 miliardi di dollari e l’industria delle energie rinnovabili ha creato complessivamente 400mila nuovi posti di lavoro. Alla  base di questi numeri ci sono politiche che favoriscono la sperimentazione e la tecnologia, l’ottima logistica e la presenza di investitori”.

Mario Bonaccorso

Bioeconomia: una nuova opportunità per l’Italia. Düsseldorf cede il testimone a Milano

Dopo il forum europeo, arriva quella italiano. Mancano solo quattro giorni all’avvio della seconda edizione dell’Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy, l’evento dedicato alle biotecnologie industriali italiane, organizzato da Assobiotec, Innovhub SSI e l’Italian Biocatalysis Center, in collaborazione con la Società italiana per lo studio delle biotecnologie (SISB), l’Italy Legal Focus, il PTP di Lodi, la Fondazione Filarete, con il patrocinio di EuropaBio,  IT-Suschem, IT-Plants for the Future, Enterprise Europe Network e la European Federation of Biotechnology.
Protagonisti il 23 e 24 ottobre a Milano (Palazzo Turati, via Meravigli 9/b) saranno tutte le imprese, le università e i centri di ricerca pubblici e privati attivi nel campo delle biotecnologie industriali, nei diversi segmenti che sono stati suddivisi in 5 sessioni: pharma, biocatalisi, ambiente, agri-food ed energia. Ma non solo: ci sarà spazio anche per aziende non biotecnologiche interessate a considerare nuove opportunità di crescita del proprio business offerte dal biotech.
IFIB rappresenta la manifestazione del fermento che caratterizza la bioeconomia italiana, che adesso andrebbe raccolto dalle Istituzioni, per creare un contesto che possa favorire l’innovazione in linea con quanto indicato dall’Unione europea con la Strategia per la bioeconomia lanciata lo scorso febbraio. Se paesi come Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda hanno già una propria strategia nazionale per la bioeconomia, e numerosi altri si stanno adoperando in tal senso, l’Italia ancora resta ferma al palo. Proprio per discutere delle politiche che dovrà intraprendere il nostro paese nei prossimi mesi per sostenere la bioeconomia nazionale, quest’anno IFIB ospiterà una Tavola rotonda (24 ottobre, ore 14-16), con relatori di primo piano italiani ed europei. Tra questi Guido Ghisolfi, presidente e Ceo di Chemtex Italia, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, e Manfred Kircher, presidente del consiglio di sorveglianza del Cluster tedesco delle biotecnologie industriali (Clib2021) e fino a qualche mese fa numero uno del gigante tedesco Evonik Degussa.

E’ on line il primo giornale della Bioeconomia