Biocarburanti: nuova tecnologia australiana mette d’accordo tutti

Dall’Australia arriva una nuova tecnologia in grado di offrire una soluzione all’appetito insaziabile del mondo per cibo e carburante. A presentarla nel corso di una conferenza organizzata da Ausbiotech a Melbourne (il più grande raduno dell’industria biotecnologica dell’area Asia-Pacifico) sono stati Philipp e Geoff Bell. I due fratelli, cofondatori della società Microbiogen che ha finanziato le proprie ricerche con una concessione di 2,5 milioni di dollari dell’Agenzia australiana del governo federale per le Energie rinnovabili e con un finanziamento da parte del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, hanno sviluppato un nuovo modo di produrre etanolo a partire da prodotti di scarto della canna da zucchero, invece di utilizzare colture alimentari come il mais. Non solo, ma il lievito residuo utilizzato nel processo di produzione del combustibile ecologico è poi trasformato in mangime di alta qualità per gli animali. Secondo Anna Lavelle, amministratore delegato di Ausbiotech, l’Associazione australiana della bioindustria, la scoperta dei fratelli Bell è di “rilevanza mondiale” perché consente di affrontare due dei più grandi problemi del mondo – ovvero il fabbisogno di cibo e di energia – in un colpo solo. “Per questo motivo – sostiene Lavelle – questa tecnologia merita di essere pienamente sfruttata”. Pur essendo una fonte di energia pulita e rinnovabile, la produzione di etanolo è costosa e richiede vaste aree di terreni agricoli per coltivare i prodotti alimentari necessari come biomassa. Alla luce di questa considerazione l’Australia, a differenza per esempio dagli Stati Uniti, fino ad oggi non ha mai coltivato piante per la produzione di carburante e il tema non era all’ordine del giorno del governo. Questa nuova scoperta potrebbe cambiare le carte in tavola molto presto. “La nostra tecnologica consente di superare la contrapposizione tra alimentazione e carburante”, sottolinea Geoff Bell. In che modo? Il lievito della Microbiogen appositamente evoluto trasforma gli scarti del mais e della canna da zucchero in carburante prima di produrre un mangime animale più nutriente della soia. La vendita del mangime può quindi compensare il costo di produzione dell’etanolo, favorendo il classico “win-win” per gli investitori. “L’Australia – dice Geoff Bell – con le sue vaste zone umide a nord e le aziende agricole di zucchero di canna non redditizie è nella posizione ideale per trarre vantaggio dalla nostra tecnologia. Si può arrivare fino a  triplicare il valore per ettaro dei prodotti della terra”.

Gilda Giovanni

 

L’editoriale

Eccoci. Ci siamo anche noi. Nella blogosfera è arrivato Il Bioeconomista, il primo sito italiano interamente dedicato alla bioeconomia. Vogliamo rappresentare il mondo in movimento ma non vogliamo essere – e non vogliamo che lo siano i nostri lettori – semplici spettatori del movimento che descriviamo. Il Terzo millennio da poco cominciato ci lancia delle sfide che dobbiamo cogliere per essere protagonisti di una nuova rivoluzione industriale. Dopo quella trainata dal vapore nel 700, quella del petrolio nell’800 e quella tecnologica del 900, nel 2000 la rivoluzione industriale sarà spinta dalle risorse biologiche, nel segno di uno sviluppo sostenibile delle economie mondiali che in qualche modo – corsi e ricorsi della storia – ci farà tornare da dove siamo partiti, ovvero a una civiltà più attenta all’equilibrio della natura.  Senza rinunciare al progresso.

Il giornalismo storicamente ha sempre accompagnato ogni rivoluzione, perché era espressione di idee, laboratorio del progresso, che superava ogni censura. L’ampia diffusione del giornalismo indipendente fu un fenomeno caratteristico degli inizi dell’Ottocento in tutta Europa. I mutamenti economici manifestatisi in quel periodo erano seguiti con attenzione e continuamente commentati da una pleiade di pensatori, che si servivano dei giornali per riferire i fatti ed esprimere le loro opinioni. Fu così che anche in Italia si poté manifestare un movimento di idee parallelo al movimento che si manifestava nella vita sociale ed economica, che poi avrebbe portato al Risorgimento.

Il Bioeconomista vuole tornare a quel tipo di giornalismo: descrivere il cambiamento ed esserne protagonista in modo indipendente. In quest’ottica prendiamo con i lettori un impegno chiaro:

– questo blog è aperto a tutti i commenti

– non troverete mai immagini di donne o uomini ammiccanti, titoli equivoci o tutto quanto possa servire ad attrarre ad arte la vostra attenzione

– non vi capiterà mai di trovare finti articoli redazionali (le cosiddette “marchette”)

Il vostro contributo per diffondere il blog e farlo vivere sarà fondamentale.

MB

Biocarburanti di prima generazione al 5%: l’Europa è in agitazione

L’industria europea dei biocarburanti è in agitazione. Dopo un mese di indiscrezioni provenienti da Bruxelles, la Commissione europea ha finalmente reso noti i propri piani per limitare la produzione di biocarburanti di prima generazione, quelli derivati da colture alimentari, quali il mais, il grano e la colza, a favore di quelli considerati più ”sostenibili”, frutto delle ricerche più recenti, che possono essere estratti da alghe, rifiuti, paglia e altri tipi di scarti. Punti di forza di questi ultimi, cosiddetti di seconda e terza generazione, sono  le inferiori emissioni di gas ad effetto serra e la non interferenza con la produzione alimentare mondiale.
La proposta della Commissione guidata da Josè Manuel Barroso mira ad intervenire sulla legislazione europea portando un netto cambiamento di rotta, innanzitutto limitando fino al 2020 al livello di consumo attuale, ossia al 5%, la quantità di biocarburanti e bioliquidi derivati da colture alimentari che possono essere contabilizzati dagli Stati membri per raggiungere l’obiettivo  del 10% di energia rinnovabile nel settore dei trasporti entro il 2020, definito con il piano Europa 2020.

Ovviamente, adesso la parola passa all’Europarlamento e agli Stati membri, che hanno già annunciato battaglia contro questo cambiamento in corso delle regole, che può rappresentare una vera e propria batosta per l’intera filiera coinvolta nella produzione di biocarburanti di prima generazione nel Vecchio Continente.

I piani della Commissione europea segnano l’ultima fase del dibattito “alimenti contro combustibile” e le sfide per la sostenibilità dei biocarburanti.
Secondo Connie Hedegaard, commissaria europea all’Azione per il clima, “i biocarburanti che possono aiutarci a combattere il cambiamento climatico sono quelli veramente sostenibili”.
“Dobbiamo investire – sostiene Hedegaard – in biocarburanti che consentano di raggiungere una riduzione delle emissioni reali di CO2 e non siano in concorrenza con i prodotti alimentari. Non si tratta di abbandonare del tutto i biocarburanti di prima generazione, ma stiamo inviando un chiaro segnale che anche in futuro i biocarburanti devono provenire da biocarburanti avanzati. Tutto il resto sarà insostenibile”.
Sul fronte degli agricoltori si sottolinea, invece, come la proposta della Commissione sia “mal concepita” e come le piante di bioetanolo diano oggi carburanti di alta qualità. Ma non solo: la nuova legislazione obbligherebbe molti stati ad aumentare l’importazione di più costose proteine per l’alimentazione animale.

Uno dei fronti più caldi è quello del Regno Unito, dove le associazioni dei produttori di biocarburante fanno presente che il limite al 5% potrebbe davvero ostacolare il mercato nazionale, dove già oggi il 3,5% del carburante per i trasporti su strada è da biocarburanti, una gran parte dei quali fa affidamento sulle colture.
Jeremy Tomkinson, Ceo della NNFCC, una delle più importanti società di consulenza britanniche nel campo della bioeconomia, considera la direzione presa dalla Commissione europea come l’affossamento completo dell’industria dei biocarburanti. “L’uscita di Bruxelles – sostiene Tomkinson – sta creando una enorme confusione.  E’ come cambiare le regole a metà di una partita di calcio “.
Di diverso avviso i gruppi ambientalisti, i quali sostengono come le proposte non siano sufficienti. “L’opzione migliore – sostengono dall’Associazione Amici delle Terra – sarebbe quella di abolire del tutto i biocarburanti di prima generazione.”

Franco Forte