Tra bioeconomia e politica in tempi di primarie


E’ ambizioso porsi l’obiettivo che un gran numero di persone si interessi al dibattito politico e concorra a stabilire i programmi politici, anziché rispondere passivamente ai sondaggi elettorali?

Certo oggi sono gli stessi partiti a porsi come “apparati di distanziamento delle persone dalla politica” (l’espressione è di Marco Revelli). Meglio per loro che la politica sia gestita in ambito ristretto, da chi la fa per professione ed è interessato a limitare a pochi, meglio se amici, la gestione dei posti di potere e di sottopotere. Se c’è qualcuno che osa criticare dall’interno, meglio allontanarlo al più presto: con le buone o con le cattive.

La democrazia prospera, però, solo quando aumentano per le persone le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e il confronto, alla definizione delle priorità della vita pubblica, quando le persone usufruiscono di queste opportunità e quando gli apparati di partito non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose. Oggi, invece, sempre più, a parte lo spettacolo sempre più avvilente delle campagne elettorali, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e i gruppi che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici e finanziari. Gli interessi di una minoranza potente sono divenuti così ben più attivi dei cittadini comuni nel piegare il sistema politico ai loro scopi, mentre i dirigenti politici hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente attraverso la comunicazione, e gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestite dall’alto (con risultati sempre peggiori, se stiamo ai dati che ci hanno fornito le recenti elezioni siciliane).

Ciò tra l’altro ha provocato la riduzione dei politici a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro clienti per restare a galla. Le tecniche di manipolazione politica servono solo per conoscere l’opinione del pubblico senza che questo sia in grado di controllare il processo a proprio beneficio. Anche il sistema delle primarie escogitato dal centro-sinistra, e che a quanto pare sarà replicato adesso anche dal centro-destra, non è nulla più di un evento mediatico che serve unicamente a celebrare una leadership già assegnata dai partiti politici.

Il punto è che, mentre le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica diventano sempre più sofisticate, il contenuto dei programmi e le caratteristiche delle rivalità tra i partiti sempre più vaghi e indefiniti. E anche la discussione che conduce alle primarie di domenica prossima per scegliere il candidato primo ministro del centro-sinistra si è celebrata unicamente intorno alle tattiche della politica (Casini sì o no, Di Pietro sì o no, rottamatori o usato sicuro?), tralasciando completamente di interrogarsi su quale progetto di sviluppo per l’economia e la società mettere in campo (non parliamo di bioeconomia) e di come coinvolgere in questo progetto i cittadini e le cittadine.

Conseguenze: lo stato sociale diventa residuale, destinato al povero bisognoso piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello stato come poliziotto e carceriere, non si investe in ricerca e innovazione, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, gli interessi particolari vengono tradotti in linee di condotta politica generale e i poveri smettono mano a mano di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare.

Un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta. Nelle società più chiaramente orientate al mercato verso le quali ci stiamo evolvendo, la disuguaglianza di reddito e la povertà relativa o persino assoluta crescono nettamente. Il nuovo mercato del lavoro rende l’esistenza insicura per quello che i sociologi definiscono il terzo inferiore della popolazione attiva. E cresce la percentuale del nuovo terziario dei servizi che comporta lavori sporchi e pericolosi. Ma i moderni problemi del lavoro non sono più confinati soltanto al terzo inferiore della popolazione.

Come uscirne? Oggi – per dirla con il Wilhelm Meister di Goethe – non è più “tempo di agire per pensare ma di pensare per agire”.

Felice Amori

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