Il piano irlandese per la bioeconomia punta sulle risorse marine


mare irlandese“Negli oceani esiste un grande potenziale per la scoperta di nuovi organismi, molecole e materiali, che possono essere utilizzati in campo biomedico, alimentare ed energetico, come ad esempio principi terapeutici e nutritivi”. A sostenerlo è Ilaria Nardello, una ricercatrice italiana a cui è stato affidato il coordinamento del Programma nazionale irlandese di ricerca nel campo della biotecnologia marina. Un progetto ambizioso, inserito in un’articolata strategia nazionale – ci dice Nardello – “che ha l’obiettivo di utilizzare le risorse marine per potenziare l’economia irlandese e ha comportato un investimento di circa 120 milioni di euro di fondi pubblici per la ricerca e lo sviluppo in tutte le aree del marino, nel periodo 2007-2010”.

L’Irlanda, presidente di turno dall’Unione europea, è uno dei paesi che si è già dotato di un Piano nazionale per la bioeconomia. In questa intervista ne approfondiamo i punti essenziali, per scoprire come “nonostante un clima di grandi incertezze legate ad una fortissima crisi finanziaria, l’Irlanda continua a scommettere sul sistema innovazione e sulla ricerca come fattori di sviluppo economico”.

di Mario Bonaccorso

Questa intervista è pubblicata su www.affaritaliani.it/green

Dottoressa Nardello, ci può spiegare innanzitutto cos’è esattamente la biotecnologia marina, quali sono le potenzialità di crescita di questo settore nei prossimi anni e quali i vantaggi per la sostenibilità ambientale.

Gli oceani costituiscono una frontiera ancora importante e misteriosa per la nostra conoscenza. Il difficile accesso agli ecosistemi marini, soprattutto quelli profondi, o freddi, ha reso impossibile la completa esplorazione della loro diversità biologica.

Esiste quindi un grande potenziale per la scoperta di nuovi organismi, molecole e materiali, che possono essere utilizzati in campo biomedico, alimentare ed energetico, come ad esempio principi terapeutici e nutritivi, materiali biomimetici, biocatalizzatori e olii. Per esempio, le fibre adesive prodotte naturalmente dai mitili, per aderire alle rocce, sono studiate da un punto di vista chimico, fisico e biologico per generare nuovi materiali con caratteristiche simili agli originali (bio-mimesi), ovvero collanti che funzionano sott’acqua. Le applicazioni di questi materiali bioadesivi marini spaziano dal campo navale fino a quello medico-chirurgico: la salinità del sangue umano è molto simile a quella dell’acqua di mare, e questi collanti potranno essere utilizzati al posto dei punti di sutura.

La biotecnologia marina si occupa appunto di comprendere e utilizzare questo potenziale, attraverso la conoscenza biologica e una sofisticata capacità di investigazione e analisi a livello biochimico e biomolecolare, oltreché di sistema.

In virtù dell’elevato grado d’innovazione potenzialmente connesso con l‘uso delle sostanze marine, e dell’interesse di colossi dell’industria alimentare, cosmetica, terapeutica ed energetica, il potenziale di crescita cumulativa annua del settore biotecnologico marino mondiale è intorno al 4-5% nel caso di stime conservative, e raggiunge il 12-15% secondo gli analisti più ottimisti.

L’Irlanda è uno dei paesi europei che si è dotato di un piano nazionale per la bioeconomia. In cosa consiste, quali sono gli investimenti e i ritorni attesi?

L’Irlanda è un paese giovane, dinamico e audace, con tanta voglia di ottenere un posto in prima fila. Nonostante un clima di grandi incertezze legate a una fortissima crisi finanziaria, l’Irlanda continua a scommettere sul sistema innovazione e sulla ricerca come fattori di sviluppo economico.

Nel quinquennio 2007-2013, quello che ha visto il picco più alto e la valle più profonda dell’economia irlandese, il governo è stato molto attivo nel promuovere politiche di innovazione  e sviluppo, articolate su diversi punti, tra cui la creazione e il trasferimento di conoscenze e tecnologie; il supporto ai settori emergenti e allo sviluppo di reti e conglomerati industriali; la creazione di servizi per le imprese; l’istruzione, l’aggiornamento e la riqualificazione della forza lavoro; la fiscalità flessibile.

Più in generale, gli investimenti (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo sono aumentati dalla fine degli anni novanta, fino a raggiungere l’1,8% del Pil nel 2009, secondo fonti della World Bank (1,3% il livello in Italia nello stesso anno). I dati sono indirettamente confermati dalle statistiche nazionali. Per citare un solo esempio, i fondi annuali di Science Foundation Ireland, il nostro maggiore ente di supporto alla ricerca scientifica, sono aumentati di circa il 7% nel 2010, arrivando a 161 milioni di euro nel 2011. La Strategia Nazionale Irlandese per la Conoscenza, la Ricerca e l’Innovazione nel Settore Marino (2007-2013), che ha l’obiettivo di utilizzare le risorse marine per potenziare l’economia irlandese, ha comportato un investimento di circa 120 milioni di euro di fondi pubblici per la ricerca e lo sviluppo in tutte le aree del marino, nel periodo 2007-2010. Questi dati sono esemplari, eppure escludono il settore trainante dell’economia irlandese, quello agro-alimentare, su cui poggia saldamente la politica bioeconomica irlandese.

Il ritorno atteso da questa fervida attività di supporto alla ricerca è un’ambiziosa posizione di leadership globale nel campo dell’innovazione, nei settori definiti chiave per la crescita dell’Irlanda che, secondo il recente esercizio di prioritarizzazione della ricerca nazionale (2011), comprendono la ricerca medica e farmaceutica, gli alimenti funzionali, la produzione alimentare sostenibile, l’energia rinnovabile marina e la sicurezza ambientale.

Come considera le politiche europee di sostegno alla bioeconomia? Ci sono aree di miglioramento?

Orizzonte2020, la strategia dell’Unione europea per la ricerca e lo sviluppo europeo dal 2013 al 2020, affronta temi fondamentali per favorire l’utilizzo sostenibile delle nostre risorse e il processo di innovazione. Per raggiungere questi obiettivi, il coinvolgimento delle imprese nei progetti di ricerca è un elemento che diventa preponderante in questo nuovo programma, peraltro continuando il trend evidenziato durante gli ultimi anni del Settimo Programma Quadro. Rimane il rischio di richiedere ai partecipanti di sviluppare programmi troppo ampi e poco focalizzati, soprattutto dal punto di vista del numero e della qualità di obiettivi da raggiungere. In questo, la Commissione dovrà fare uno sforzo ulteriore per costruire la strada che porterà agli obiettivi preposti, ovvero finalmente utilizzare la nostra capacità di ricerca per innovare la nostra società con nuovi prodotti, una diversa capacità di produrre e un nuovo senso economico. Ritengo molto importanti le iniziative di cooperazione territoriale, che saranno uno dei pilastri della nuova strategia dell’Unione europea per stimolare l’innovazione e l’impresa bioeconomica. Auspico però che queste politiche pongano la base per una maggiore omogeneità socioeconomica in Europa, un’omogeneità sistemica e pervasiva, che porti ogni paese a realizzare pienamente la visione europea, seppur autonomamente.

La bioeconomia, dal suo punto di vista, è la giusta risposta per affrontare e vincere le sfide che pone all’essere umano il terzo millennio?

Le sfide del terzo millennio sono le stesse di sempre: sostenibilità alimentare ed energetica, salute. La nostra moderna conoscenza della biologia, del codice della vita e di tutte le tecniche investigative connesse con la scienza della vita, può consentirci di proporre nuove opportunità di soluzione per antichi problemi: il miglioramento dell’efficienza nei sistemi produttivi oppure l’efficacia dei nostri prodotti. Di conseguenza, si attuerebbe un consumo più virtuoso delle nostre risorse naturali e la diminuzione della nostra impronta ecologica.

Alla base di tutte le sfide rimane, però, la necessità di definire un nuovo paradigma per lo sviluppo della nostra società, nella comprensione profonda del sistema finito di risorse da cui attingiamo come pure delle infinite capacità che abbiamo di alterare questo sistema.

Mi consenta un’ultima domanda. Lei è una ricercatrice italiana, con un importante curriculum internazionale, chiamata a coordinare il Programma nazionale sulla biotecnologia marina in Irlanda. Mentre l’Italia ancora oggi è uno dei pochi paesi europei senza un piano nazionale per la bioeconomia. Come vede la politica italiana su quest’area dal suo punto d’osservazione irlandese?

L’Italia è un paese sorprendente, nel bene e nel male. In questo caso, mi pare che il paese manchi totalmente di una visione del proprio futuro. È inevitabile, e molto doloroso da osservare, che questo si traduca in una mancanza di politiche di sviluppo.

Ilaria Nardello è stata nominata coordinatrice nazionale del programma di biotecnologia marina dell’Irlanda nel dicembre 2009, con il compito di allineare la ricerca biotecnologica marina con le esigenze dell’industria, e quindi con gli obiettivi di sviluppo nazionali ed europei. Il Programma è guidato dal Marine Institute ed è in corso di attuazione nel quadro della Strategia irlandese per la Conoscenza, la Ricerca e l’Innovazione nel campo marino 2007-2013 (“Sea Change”).

Laureata in Scienze naturali all’Università di Firenze, ha conseguito un master dell’Unione europea in Sistemi Informativi Geografici e Telerilevamento all’Università IUAV di Venezia e un dottorato di ricerca in Ecologia e gestione delle risorse biologiche all’Università degli Studi di Viterbo. Prima di arrivare in Irlanda, Ilaria Nardello ha lavorato e studiato negli Stati Uniti per quattro anni, al Woods Hole Oceanographic Institute e alla Old Dominion University.

La sua attività di ricerca è stata focalizzata sulle risorse biologiche marine, dal monitoraggio delle risorse primarie con tecniche bio-ottiche allo studio dei cambiamenti degli ecosistemi marini in relazione a fattori naturali e antropici.

 

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