Green o Bio, benvenuti nella nuova economia

Bioeconomy, Green Economy. Che sia Bio o che sia Green, l’economia di questo nuovo millennio non potrà più essere come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi: dovrà utilizzare le risorse biologiche e le energie pulite per essere sostenibile. Potremmo forse solo dire Economia, nella consapevolezza che dalla strada intrapresa non si può tornare indietro. Fra qualche decennio – ci auguriamo – non ci sarà più bisogno di aggettivi. In questo senso gli Stati Generali della Green Economy che si sono tenuti a Rimini dal 7 all’8 novembre sono una buona notizia anche per la Bioeconomy, perché non solo si sono occupati delle energie da biomasse ma soprattutto hanno tracciato una direzione condivisa verso una società post-petrolifera. La presenza del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, danno un segnale importante che almeno a Palazzo Chigi in questo momento ci sono gli interlocutori giusti. Certo non è ancora sufficiente.

La bioeconomia non è solo una questione industriale o finanziaria, ma è anche e probabilmente in modo rilevante una questione culturale: riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre abitudini consumistiche.

Allora è un bene che come proposto a Rimini si cominci a ragionare su una pedonalizzazione di tutti i centri urbani, che si avviino o si consolidino tutte le iniziative di bike-sharing, car-sharing e car-pooling. Che si sostenga una politica di lotta allo spreco e di riutilizzo dei rifiuti. La mobilità sostenibile e la gestione dei rifiuti fanno parte integrante anche della bioeconomia, intesa come movimento culturale.

E molte delle 70 proposte, estratte dai documenti elaborati dagli 8 gruppi di lavoro tematici, che sono state oggetto di dibattito e di confronto con gli interlocutori intervenuti agli Stati generali della Green Economy sono applicabili integralmente alla bioeconomia.

Vediamole nel dettaglio: misure generali per una green economy (tra cui l’obiettivo di migliorare e rafforzare la comunicazione agli investitori e ai mercati sui vantaggi della green economy, valorizzare il potenziale green delle imprese italiane, rafforzare un uso mirato degli strumenti economici, promuovere e sostenere iniziative green oriented nell’ambito del venture capital e del private equity); sviluppo dell’ecoinnovazione, sviluppo dell’ecoefficienza, del riciclo e della rinnovabilità dei materiali, sviluppo dell’efficienza e del risparmio energetico; sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, tutela e valorizzazione dei servizi degli ecosistemi, sviluppo delle filiere agricole di qualità ecologica e sviluppo di una mobilità sostenibile.

Adesso attendiamo che queste proposte siano tradotte in provvedimenti concreti e che accanto al Piano nazionale per la Green Economy annunciato dal ministro Clini a Rimini ci sia anche un Piano per la Bioeconomy. D’altronde che sia Bio o che sia Green stiamo sempre parlando dell’Economia del Terzo millennio.

MB

 

 

La bioeconomia al femminile

Un miliardo di persone al mondo sono obese mentre 900 milioni soffrono la fame. Intorno a questo drammatico paradosso è ruotata l’edizione 2012 di Women & Technologies, l’evento annuale dedicato ad approfondire il ruolo delle donne nello sviluppo tecnologico italiano. Ospitato nella cornice di Palazzo Turati a Milano lo scorso 6 novembre, quest’anno l’evento ha puntato l’attenzione su alimentazione, salute e sostenibilità. Tre concetti fortemente correlati, in un momento storico – come ha sottolineato in un videomessaggio Paolo De Castro, il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo – caratterizzato dalla scarsità delle risorse e dal bisogno di innovazione in agricoltura che consenta di migliorare la produttività del suolo e ridurre gli sprechi, soprattutto quello dell’acqua, per soddisfare il bisogno crescente di cibo di una popolazione mondiale che entro il 2050 si stima raggiungerà i 9 miliardi di individui.
Quantità ma anche qualità, che faranno dell’alimento sempre più un elemento imprescindibile per la prevenzione delle malattie, portando l’industria alimentare ad avvicinarsi all’approccio dell’industria farmaceutica. “Il cibo non sarà mai un farmaco – ha sottolineato Francesca Fasano dell’Ufficio Ricerche del colosso americano Heinz – ma qualsiasi nuovo prodotto deve basarsi su una solida ricerca scientifica”. Via via si andrà verso i cosiddetti alimenti funzionali, che avranno benefici sulla salute oltre che di tipo nutrizionale.
Altro tema bioeconomico affrontato nel corso del convegno tutto al femminile ha riguardato lo spreco del cibo. Il 30% della produzione agricola mondiale viene perso per stress a cui le piante sono sottoposte nel corso del loro ciclo di vita, il 20% nel ciclo post-raccolta. “Numeri impressionanti – ha messo in evidenza Chiara Tonelli, docente di Genetica delle piante all’Università di Milano – che fanno comprendere il ruolo importante dell’innovazione nel miglioramento qualitativo delle piante, per renderle sempre più resistenti a condizioni climatiche avverse o farle crescere in zone caratterizzate da scarsità di acqua.
Il cibo si perde nei campi, dopo la raccolta e anche a casa dei consumatori. Secondo la FAO, dal campo alla tavola 1 milione e 300 mila tonnellate di cibo ancora consumabile viene gettato nei rifiuti. Se recuperato, si potrebbe dare da mangiare a circa metà della popolazione mondiale.
Da Milano, le donne di Women & Technologies mandano un segnale forte: ci saranno anche loro, le loro competenze, la loro passione, nella bioeconomia del Terzo millennio.
Gilda Giovanni

Biocarburanti: nuova tecnologia australiana mette d’accordo tutti

Dall’Australia arriva una nuova tecnologia in grado di offrire una soluzione all’appetito insaziabile del mondo per cibo e carburante. A presentarla nel corso di una conferenza organizzata da Ausbiotech a Melbourne (il più grande raduno dell’industria biotecnologica dell’area Asia-Pacifico) sono stati Philipp e Geoff Bell. I due fratelli, cofondatori della società Microbiogen che ha finanziato le proprie ricerche con una concessione di 2,5 milioni di dollari dell’Agenzia australiana del governo federale per le Energie rinnovabili e con un finanziamento da parte del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, hanno sviluppato un nuovo modo di produrre etanolo a partire da prodotti di scarto della canna da zucchero, invece di utilizzare colture alimentari come il mais. Non solo, ma il lievito residuo utilizzato nel processo di produzione del combustibile ecologico è poi trasformato in mangime di alta qualità per gli animali. Secondo Anna Lavelle, amministratore delegato di Ausbiotech, l’Associazione australiana della bioindustria, la scoperta dei fratelli Bell è di “rilevanza mondiale” perché consente di affrontare due dei più grandi problemi del mondo – ovvero il fabbisogno di cibo e di energia – in un colpo solo. “Per questo motivo – sostiene Lavelle – questa tecnologia merita di essere pienamente sfruttata”. Pur essendo una fonte di energia pulita e rinnovabile, la produzione di etanolo è costosa e richiede vaste aree di terreni agricoli per coltivare i prodotti alimentari necessari come biomassa. Alla luce di questa considerazione l’Australia, a differenza per esempio dagli Stati Uniti, fino ad oggi non ha mai coltivato piante per la produzione di carburante e il tema non era all’ordine del giorno del governo. Questa nuova scoperta potrebbe cambiare le carte in tavola molto presto. “La nostra tecnologica consente di superare la contrapposizione tra alimentazione e carburante”, sottolinea Geoff Bell. In che modo? Il lievito della Microbiogen appositamente evoluto trasforma gli scarti del mais e della canna da zucchero in carburante prima di produrre un mangime animale più nutriente della soia. La vendita del mangime può quindi compensare il costo di produzione dell’etanolo, favorendo il classico “win-win” per gli investitori. “L’Australia – dice Geoff Bell – con le sue vaste zone umide a nord e le aziende agricole di zucchero di canna non redditizie è nella posizione ideale per trarre vantaggio dalla nostra tecnologia. Si può arrivare fino a  triplicare il valore per ettaro dei prodotti della terra”.

Gilda Giovanni

 

L’editoriale

Eccoci. Ci siamo anche noi. Nella blogosfera è arrivato Il Bioeconomista, il primo sito italiano interamente dedicato alla bioeconomia. Vogliamo rappresentare il mondo in movimento ma non vogliamo essere – e non vogliamo che lo siano i nostri lettori – semplici spettatori del movimento che descriviamo. Il Terzo millennio da poco cominciato ci lancia delle sfide che dobbiamo cogliere per essere protagonisti di una nuova rivoluzione industriale. Dopo quella trainata dal vapore nel 700, quella del petrolio nell’800 e quella tecnologica del 900, nel 2000 la rivoluzione industriale sarà spinta dalle risorse biologiche, nel segno di uno sviluppo sostenibile delle economie mondiali che in qualche modo – corsi e ricorsi della storia – ci farà tornare da dove siamo partiti, ovvero a una civiltà più attenta all’equilibrio della natura.  Senza rinunciare al progresso.

Il giornalismo storicamente ha sempre accompagnato ogni rivoluzione, perché era espressione di idee, laboratorio del progresso, che superava ogni censura. L’ampia diffusione del giornalismo indipendente fu un fenomeno caratteristico degli inizi dell’Ottocento in tutta Europa. I mutamenti economici manifestatisi in quel periodo erano seguiti con attenzione e continuamente commentati da una pleiade di pensatori, che si servivano dei giornali per riferire i fatti ed esprimere le loro opinioni. Fu così che anche in Italia si poté manifestare un movimento di idee parallelo al movimento che si manifestava nella vita sociale ed economica, che poi avrebbe portato al Risorgimento.

Il Bioeconomista vuole tornare a quel tipo di giornalismo: descrivere il cambiamento ed esserne protagonista in modo indipendente. In quest’ottica prendiamo con i lettori un impegno chiaro:

– questo blog è aperto a tutti i commenti

– non troverete mai immagini di donne o uomini ammiccanti, titoli equivoci o tutto quanto possa servire ad attrarre ad arte la vostra attenzione

– non vi capiterà mai di trovare finti articoli redazionali (le cosiddette “marchette”)

Il vostro contributo per diffondere il blog e farlo vivere sarà fondamentale.

MB

Biocarburanti di prima generazione al 5%: l’Europa è in agitazione

L’industria europea dei biocarburanti è in agitazione. Dopo un mese di indiscrezioni provenienti da Bruxelles, la Commissione europea ha finalmente reso noti i propri piani per limitare la produzione di biocarburanti di prima generazione, quelli derivati da colture alimentari, quali il mais, il grano e la colza, a favore di quelli considerati più ”sostenibili”, frutto delle ricerche più recenti, che possono essere estratti da alghe, rifiuti, paglia e altri tipi di scarti. Punti di forza di questi ultimi, cosiddetti di seconda e terza generazione, sono  le inferiori emissioni di gas ad effetto serra e la non interferenza con la produzione alimentare mondiale.
La proposta della Commissione guidata da Josè Manuel Barroso mira ad intervenire sulla legislazione europea portando un netto cambiamento di rotta, innanzitutto limitando fino al 2020 al livello di consumo attuale, ossia al 5%, la quantità di biocarburanti e bioliquidi derivati da colture alimentari che possono essere contabilizzati dagli Stati membri per raggiungere l’obiettivo  del 10% di energia rinnovabile nel settore dei trasporti entro il 2020, definito con il piano Europa 2020.

Ovviamente, adesso la parola passa all’Europarlamento e agli Stati membri, che hanno già annunciato battaglia contro questo cambiamento in corso delle regole, che può rappresentare una vera e propria batosta per l’intera filiera coinvolta nella produzione di biocarburanti di prima generazione nel Vecchio Continente.

I piani della Commissione europea segnano l’ultima fase del dibattito “alimenti contro combustibile” e le sfide per la sostenibilità dei biocarburanti.
Secondo Connie Hedegaard, commissaria europea all’Azione per il clima, “i biocarburanti che possono aiutarci a combattere il cambiamento climatico sono quelli veramente sostenibili”.
“Dobbiamo investire – sostiene Hedegaard – in biocarburanti che consentano di raggiungere una riduzione delle emissioni reali di CO2 e non siano in concorrenza con i prodotti alimentari. Non si tratta di abbandonare del tutto i biocarburanti di prima generazione, ma stiamo inviando un chiaro segnale che anche in futuro i biocarburanti devono provenire da biocarburanti avanzati. Tutto il resto sarà insostenibile”.
Sul fronte degli agricoltori si sottolinea, invece, come la proposta della Commissione sia “mal concepita” e come le piante di bioetanolo diano oggi carburanti di alta qualità. Ma non solo: la nuova legislazione obbligherebbe molti stati ad aumentare l’importazione di più costose proteine per l’alimentazione animale.

Uno dei fronti più caldi è quello del Regno Unito, dove le associazioni dei produttori di biocarburante fanno presente che il limite al 5% potrebbe davvero ostacolare il mercato nazionale, dove già oggi il 3,5% del carburante per i trasporti su strada è da biocarburanti, una gran parte dei quali fa affidamento sulle colture.
Jeremy Tomkinson, Ceo della NNFCC, una delle più importanti società di consulenza britanniche nel campo della bioeconomia, considera la direzione presa dalla Commissione europea come l’affossamento completo dell’industria dei biocarburanti. “L’uscita di Bruxelles – sostiene Tomkinson – sta creando una enorme confusione.  E’ come cambiare le regole a metà di una partita di calcio “.
Di diverso avviso i gruppi ambientalisti, i quali sostengono come le proposte non siano sufficienti. “L’opzione migliore – sostengono dall’Associazione Amici delle Terra – sarebbe quella di abolire del tutto i biocarburanti di prima generazione.”

Franco Forte

Commissioner Geoghegan-Quinn: open letter for the Italian Bioeconomy

Ladies and gentlemen,

While I cannot be with you in person at this important conference, I am delighted to be able to briefly share some thoughts with you via this open letter.

The Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy addresses many subjects of direct relevance to the European Union’s priorities in the field of research and innovation, in particular Innovation Union, the new Horizon 2020 programme and the European Bioeconomy Strategy.

The innovation potential of industrial biotechnology is huge. It can make a major contribution to greening Europe’s industries by providing more sustainable and resource efficient processes. It will also deliver entirely new ways of transforming renewable biological resources into a wide range of products. The development of biorefineries, the factories in which such  processes are to be implemented, will trigger new investments and create many new jobs in rural areas. The development of bio-based products will open new markets and strengthen the competitiveness of European companies.

The advancement of bio-based products will also reduce our dependency on fossil resources and contribute substantially to the reduction of greenhouse gas emissions.

Let me elaborate on one concrete example which you will cover during this conference. The European Commission recently made  a proposal to amend important Directives on renewable energy and fuel quality, in particular in connection with biofuels. Some biofuels may not achieve the desired level of greenhouse gas emission savings due to so-called ILUC (indirect land-use change) effects. In order to make sure that we achieve the necessary emission reductions, the proposal will encourage the use of advanced biofuels. Discussions on new technologies, such as those you have scheduled here, followed by rapid deployment will be essential if we are to achieve our goals.

Europe is fully determined to build a strong bioeconomy. The European Bioeconomy Strategy is designed to deliver a significant contribution to the Europe 2020 goals of smart, sustainable and inclusive growth.

Coming to Horizon 2020, an important aim of the new programme for Research and Innovation for the period 2014-2020, is to address major societal challenges. Building the bio-economy is a prominent part of this approach. Industrial biotechnology and research and innovation activities in the field of bio-based industries have an essential role to play in this regard.

The European Commission has also identified biotechnology as a Key Enabling Technology for the competitiveness of European industries. As a consequence, biotechnology-related activities have been included in all three priority areas of Horizon 2020: promoting scientific excellence, building competitive industries and addressing societal challenges.

A significant part of the budget earmarked for bioeconomy research and innovation activities will be invested in developing bio-based industries and their value chains. The European Commission is considering the possibility of implementing this part of Horizon 2020 through a Public-Private Partnership.

Discussions on a proposal for such a PPP on Bio-based Industries are on-going with the relevant industries. This partnership could offer you a unique opportunity to get more directly involved in research and innovation activities at EU level.

In fact, you can get started today. The public consultation on the possible PPP on Bio-based Industries is open until 14 December. You can contribute by going to the website of the Directorate General for Research and Innovation (http://ec.europa.eu/research/consultations/bio_based_h2020/consultation_en.htm) or the website “Your Voice in Europe”.

I strongly encourage you to take part in this consultation and I look forward to our continued collaboration.

Together, we can strengthen the competitiveness of our bio-based industries and build an even stronger European bioeconomy. I trust this conference will trigger many new ideas and initiatives. I am convinced that Horizon 2020 will provide great opportunities to help put these into practice.

Commissioner GEOGHEGAN-QUINN

Brussels, 22 October 2012

La bioeconomia italiana c’è e aspetta un segnale dal governo

La bioeconomia italiana c’è, ha tratti di eccellenza ed è sparsa su tutto il territorio nazionale. Attende che anche il governo nazionale e le Regioni giochino la propria parte, fornendo in primo luogo un quadro legislativo coerente e stabile, finanziando la ricerca e sostenendo la domanda di prodotti innovativi. È questo il messaggio che arriva da Milano, dove il 23 e 24 ottobre si è tenuta la seconda edizione del Forum italiano per le biotecnologie industriali e la bioeconomia, organizzato da Assobiotec, Innovhub-SSI e il Consorzio italiano per la biocatalisi.

Abbiano il nome di grandi gruppi  industriali come Eni, Novamont e Mossi & Ghisolfi, o delle più importanti università e centri di ricerca, gli attori italiani della bioeconomia concordano sulla grande opportunità che questa nuova economia basata sull’utilizzo delle risorse biologiche può offrire all’Italia per coniugare crescita economica, sviluppo sostenibile e creazione di nuovi posti di lavoro.

“La chimica italiana non ha nulla da invidiare agli altri paesi – sostiene Guido Ghisolfi, presidente della Chemtex Italia, una società del gruppo piemontese Mossi & Ghisolfi – siamo secondi solo alla Germania in Europa. Ma oggi grazie alla bioeconomia quelli che sono stati storicamente dei punti di debolezza dell’Italia nel settore chimico possono trasformarsi in fattori di forza. Un esempio? La chimica italiana è stata sempre accusata di essere troppo sparsa sul territorio, adesso, con l’esigenza di creare bioraffinerie diffuse per soddisfare la domanda energetica locale, questo può trasformarsi in un fattore critico di successo”.

Intanto, a Crescentino, in Piemonte, il Gruppo M&G ha da poco avviato l’attività della propria bioraffineria per biocarburanti di seconda generazione. Si raffina la zucchero per fare biocarburanti a costi più bassi di quanto costa sul mercato brasiliano. “Abbiamo venduto la nostra tecnologia (Proesa, ndr) che serve a questo processo anche ai brasiliani. Considerato che il Brasile è il primo produttore mondiale di canna da zucchero, è un po’ come vendere il ghiaccio agli eschimesi”, dice Ghisolfi.

Bioeconomia significa anche riconversione di impianti industriali dismessi, con ricadute significative in campo occupazionale. In questo senso, Novamont, la società novarese guidata da Catia Bastioli, sta svolgendo un ruolo di primissimo piano in Italia. A Porto Torres, insieme a Versalis, ha avviato sul terreno di una ex raffineria dell’Eni una bioraffineria per la produzione di bioplastiche. A Terni, ha rilevato uno stabilimento dismesso di Lyondell-Basell per la produzione di bioplastiche e biolubrificanti. A San Marco Evangelista, in provincia di Caserta, ha rilevato uno stabilimento di Sigma Tau per farne un centro di ricerca biotecnologica. Altri impianti sono presenti nel Veneto e nel Lazio.

“L’Italia – ne è fortemente convinta Catia Bastioli – può vincere questa nuova sfida della bioeconomia. Abbiamo capacità e competenze di primissimo livello, che ci devono spingere a dare piena attuazione agli obiettivi fissati con la Strategia europea per la bioeconomia, lanciata lo scorso febbraio dalla Commissione europea”.

Abbiamo competenze di primissimo livello e diffuse. A Milano sono stati presentati una settantina di progetti di ricerca sul biotech con potenzialità di applicazione per la bioeconomia. È il caso della Protein Factory, che ha illustrato come piante di erba medica hi-tech proteggeranno come  le colture biologiche dall’invasione degli erbicidi delle coltivazioni vicine e permetteranno di bonificare i terreni agricoli dall’accumulo di queste sostanze.    A sviluppare la super erba medica sono stati i ricercatori del centro di ricerca, una vera e propria ”fabbrica delle proteine”, nato dalla collaborazione tra università dell’Insubria di Varese, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e Politecnico di Milano. L’erba medica hi-tech non solo è resistente al più diffuso degli erbicidi, il glifosate, ma è addirittura capace di degradarlo, ripulendo così i terreni agricoli. Il segreto sta in un enzima “mangia-erbicidi”, chiamato glicina ossidasi, che gli stessi ricercatori della ”fabbrica delle proteine” hanno sviluppato in laboratorio a partire da un enzima del batterio Bacillus subtilis.

I primi test condotti in laboratorio sono stati positivi. ”Abbiamo verificato che la pianta resiste perfettamente all’erbicida e nel giro di un paio di mesi è in grado di eliminarne ogni traccia”, spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro e docente di biochimica all’Università dell’Insubria. ”Al momento non è possibile fare esperimenti sul campo – aggiunge – ma pensiamo che in futuro la pianta potrà essere usata sia per bonificare i terreni dall’accumulo di glifosate, sia per creare un argine intorno alle coltivazioni bio in modo che non vengano contaminate dagli erbicidi dei vicini”.

E ancora: la Promis biotech, uno spin-off della Facoltà di Agraria dell’Università di Foggia, ha presentato un progetto basato su batteri, lieviti e muffe ‘Doc’ per migliorare la produzione di alimenti fermentati tipici della gastronomia italiana e fortemente legati al territorio, come vino, aceto, pane e formaggio.

Dall’agro-alimentare, alla chimica-farmaceutica, al comparto energetico e a quello ambientale. Le applicazioni biotecnologiche per sviluppare la bioeconomia italiana, mostrate a Milano, sono diverse e di altissimo livello.

Manca una strategia nazionale che la sostenga, è il grido di allarme che arriva da Milano. Se la Commissaria europea alla Ricerca, Innovazione e Scienza, Maire Geoghegan-Quinn, ha inviato un proprio messaggio di sostegno e vicinanza, da Roma, e dai ministeri della Ricerca e dell’Ambiente in particolare, nulla da segnalare.

Mario Bonaccorso

 

Düsseldorf, la bioeconomia parla tedesco

Düsseldorf: Renania del Nord-Vestfalia. Ai più questa regione della Germania settentrionale porterà alla mente il periodo della grande emigrazione, nel secondo dopoguerra, dei Gastarbeiter che la sera diventavano Spaghettifresser per divenire bersaglio dei peggiori luoghi comuni sugli italiani. Qui, nella regione più ricca e industrializzata di tutta la Germania, ragazzi siciliani, campani, veneti e calabresi hanno trovato lavoro nella grande industria, hanno contribuito a costruire pezzo dopo pezzo la locomotiva tedesca, hanno aperto ristoranti e pizzerie, sono diventati a loro volta tedeschi scalando poco a poco quel paese che anche con la sua lingua sembra volerti dire: “te lo devi sudare il tuo stare qui”. Nasceva a quei tempi il primo embrione di Unione europea, la Ceca, la Comunità economica per il carbone e per l’acciaio, a cui l’Italia poteva contribuire con la sola ricchezza che aveva a disposizione: la sua manodopera. Düsseldorf 2012: ne è passata di acqua sotto i ponti del Reno, ma c’è ancora molta Italia in questo angolo di Germania. Adesso, però, gli italiani che giungono nella capitale renana sono ingegneri e biochimici strappati a caro prezzo alla concorrenza, imprenditori d’avanguardia a cui persino i grandi colossi teutonici guardano con ammirazione. Proprio la capitale renana è la sede dell’European Forum for Industrial Biotechnology and Bio-based economy, l’evento organizzato da EuropaBio, Clib2021 e Smithers Rapra, che riunisce la grande industria europea per confrontarsi sulla strategia per la bioeconomia. La Renania-Vestfalia continua ad essere la regione più ricca e industrializzata della Germania, e guarda al futuro, con una forza e una visione che dovrebbero essere presi a modello da tutti i governanti europei, se solo un modello lo volessero davvero. L’industria continua a innovare, a fondersi con le università e viceversa. La contrapposizione tra scienza e filosofia – ha scritto il grande storico italiano Carlo M. Cipolla – i tedeschi l’hanno risolta nell’Ottocento con le Technische Hochschulen, per creare personaggi come Franz von Baader, l’ingegnere minerario di Monaco di Baviera le cui opere filosofiche influenzarono la filosofia della natura di Friedrich Schelling, o Rudolf Diesel, l’inventore dell’omonimo motore, famoso anche per la sua filosofia internazionalista. È questo forse il loro grande vantaggio su un paese come l’Italia. Nei politecnici di tutta la Germania si studia filosofia e ci si sporca le mani con il grasso delle macchine. Non potrebbe esserci quindi posto migliore di Düsseldorf per parlare di bioeconomia, un metasettore in cui si mescola il presente dell’industria con la visione del suo domani, l’ideale di poter rendere il mondo un posto migliore in cui vivere con la voglia di fare crescere i fatturati e di creare nuove opportunità di lavoro altamente specializzato. In una parola sola: progresso. La capitale della Renania del Nord ha accolto per tre giorni – dal 16 al 18 ottobre – la bioeconomia, un’area che già oggi dà lavoro in Europa a 22 milioni di persone e genera un volume d’affari di 2000 miliardi di euro, e che offre, soprattutto grazie all’applicazione industriale delle  biotecnologie, possibilità di soluzione alle maggiori sfide che pone all’essere umano il terzo millennio: l’aumento della popolazione mondiale e il suo invecchiamento, l’affrancamento da fonti energetiche fossili e il risanamento ambientale.

Mario Bonaccorso

Clib2021: storia di un cluster che funziona

L’Europa guarda al 2020? Be’, qui siamo già oltre. Il domani si progetta per tempo e il Cluster delle biotecnologie industriali di Düsseldorf si proietta all’anno successivo, mettendolo bene in chiaro fin dalla sua denominazione. Clib 2021 (Cluster Industrielle Biotechnologie) è la storia di un cluster che funziona, mettendo insieme l’eccellenza tedesca nel campo della ricerca e sviluppo, della produzione e della commercializzazione in tutti i settori che compongono la bioeconomia.
La grande industria germanica è presente in massa: Altana, Basf, Henkel, Evonik, Lanxess, Bayer. Ma anche più di una quarantina di PMI, università e centri di ricerca del calibro del Fraunhofer, associazioni, banche e venture capital (perché la ricerca va sostenuta finanziariamente). E non solo tedeschi, visto che tra i membri del cluster si trova anche l’Istituto di Biochimica A.N. Bach dell’Accademia Russa di Scienze, con cui Clib ha attivo dal 2010 un programma di coordinamento di progetti scientifici in campo biotecnologico.
Il cluster è infatti un soggetto autonomo, che richiede una quota di partecipazione ai propri membri differenziata in base alla capacità contributiva e che è in grado anche di generare un proprio fatturato.
Clib2021 nasce nel 2007, quando la cordata della regione del Nord-Reno Vestfalia vince il bando promosso dal ministero per la Ricerca e l’Innovazione federale. Nell’aprile 2009 nasce il Clib-Graduate Cluster, una iniziativa congiunta di tre università del cluster: TU Dortmund, Bielefeld e Heinrich Heine di Düsseldorf. “Si tratta – spiega Tatjana Schwabe, responsabile scientifica di Clib – di un’iniziativa di dottorato finalizzata a stringere ancora più strettamente le relazioni tra accademia e industria. La ricerca nei tre atenei coinvolti è orientata verso le problematiche che interessano le imprese, e il coinvolgimento delle imprese nell’educazione degli studenti è parte fondamentale. Il programma dura tre anni e prevede 3 mesi di stage degli studenti in una delle società che fa parte del cluster. Gli 84 studenti che fanno parte di Clib-GC sono stati scelti tra oltre 2000 candidati da tutto il mondo, le lezioni sono in inglese e la ricerca si muove principalmente nei campi delle biotecnologie industriali, analisi genomica, espressione delle proteine e  biocatalisi. Complessivamente il progetto è finanziato con 7,2 milioni di euro, 4,1 milioni messi dal ministero dell’Innovazione, della Scienza e della Ricerca della regione del Nord-Reno Vestfalia, il resto dalle tre università promotrici e dalle aziende di Clib2021”.
Il primo studente del Clib-Graduate Cluster a laurearsi è stato, lo scorso 14 giugno, Patrick Schwientek dell’Università di Bielefeld. Con questo progetto interuniversitario, Clib2021 conta di formare i futuri biotecnologici e ingegneri biochimici chiamati a guidare l’industria tedesca.
Da Düsseldorf a Berlino, la Germania non sta ferma a guardare in tema di bioeconomia. Bioindustria 2021 ha rappresentato l’origine di Clib2021, quando il cluster renano fu il prescelto tra cinque candidati al bando federale e si aggiudicò subito fino a 20 milioni di euro di fondi pubblici.
Nel 2011 il ministero federale per la Ricerca e l’Innovazione ha lanciato la strategia “Bioeconomia 2030”, in cui viene delineato il percorso nazionale per l’approdo a un’economia post-petrolifera, grazie all’uso delle risorse rinnovabili e delle biomasse e si dà vita al Consiglio federale per la bioeconomia, un organismo chiamato ad elaborare proposte da sottoporre al governo centrale. Nell’aprile del 2011 è arrivato il primo bando federale nell’ambito di “Bioeconomia 2030”. Industria e accademia sono stati chiamati a costituire alleanze strategiche lungo tutta la filiera della bioeconomia, per ricevere finanziamenti federali.
Sempre nel 2011 sono stati emanati due bandi nell’ambito della strategia “Biotecnologia 2020+” che punta a favorire cooperazioni di lungo termine tra università e centri di ricerca. E da ultimo, con BioChance, sono stati messi a disposizione fondi ulteriori per attrarre in Germania PMI innovative nel campo biotecnologico.
La Germania è un modello, questo sembra evidente. Del resto proprio “Bioeconomia 2030” e la costituzione del Consiglio federale per la bioeconomia hanno avuto un effetto significativo sulla discussione europea, accelerando il lancio della stessa strategia dell’Unione “Innovation for Growth – A Bioeconomy for Europe” lo scorso febbraio. A sottolinearlo è Alfred Puehler, docente di Genetica all’Università di Bielefeld e membro del Consiglio per la bioeconomia, il quale sottolinea anche come sia “essenziale promuovere la ricerca internazionale, e la Germania non deve solo aspettare i passi dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di provare e iniziare progetti di ricerca bilaterali di alto livello tra la Germania e altri paesi. Clib2021 ha già intrapreso questo strada cooperando con Russia, Canada e Brasile”.
Il prossimo 24 ottobre a illustrare in Italia l’organizzazione e i progetti di Clib2021 sarà Manfred Kircher, presidente del consiglio di sorveglianza del cluster, che interverrà alla tavola rotonda di IFIB 2012 (Palazzo Turati, Milano)) intitolata “Come sostenere la crescita bioeconomica in Europa”. I tedeschi sembrano avere le idee molto chiare al riguardo. Attendiamo qualcosa di nuovo sul fronte italiano.

Mario Bonaccorso

Ma dove sono gli italiani?

Quasi 450 delegati e solo 2 provenienti dall’Italia. È questo il dato che fotografa la presenza italiana al Forum europeo per le biotecnologie industriali e la bioeconomia che si è tenuto a Düsseldorf dal 16 al 18 ottobre. Quale il motivo di questa poco significativa presenza a un evento così importante nell’area della bioeconomia? Abbiamo provato a chiederlo agli unici due italiani presenti.
Sergio Amari è l’amministratore delegato della B&T srl, una PMI dell’area monzese specializzata nella produzione di materie prime per l’industria cosmetica. “Per me – ci dice Amari – non è la prima volta ad Efib. Ho già partecipato alle due edizioni precedenti, con l’obiettivo di valutare le possibilità di utilizzo delle biotecnologie nel settore cosmetico. Ho potuto constatare che il biotech è un’opportunità di innovazione del nostro business che ci consente anche di andare verso la sostenibilità”.
“In effetti sono stupito della limitatissima presenza italiana a Efib, ma credo che ciò sia da collegare al fatto che poche aziende fanno ricerca nel campo cosmetico in Italia. Purtroppo a livello di R&S nel nostro paese le imprese sono penalizzate”.
Già il settore cosmetico, e gli altri? E le grandi imprese? “Credo – risponde Amari che l’assenza delle grandi imprese sia legata al conservatorismo, all’assenza di visione. In Italia si va al traino e oggi forse non si sono ancora comprese le enormi potenzialità delle biotecnologie. Io torno da Düsseldorf con due-tre contatti molto utili per la mia azienda. Uno di questi è con la Lanxess, che ci fornirà un enzima per la nostra produzione”.
Massimo Iacobelli è il secondo italiano presente a Efib. Ex direttore medico della società biofarmaceutica Gentium, oggi è il direttore generale della Techitra Srl, una società di technology transfer. “Dal mio punto di vista – ci dice Iacobelli – è da sottolineare l’assenza delle imprese – ma forse per le PMI il costo di partecipazione può essere un ostacolo grosso in questo periodo di crisi (sui 1500 euro, ndr) – ma quella che pesa soprattutto è l’assenza delle istituzioni, ministeri competenti, camere di commercio, che dovrebbero avere il compito di tracciare le linee di sviluppo del paese. Qui in Germania, l’Europa sta discutendo di questo. Non c’è solo l’industria, ma anche i governi e non solo europei. L’assenza italiana è davvero un brutto segnale”.
A tirare su il morale va segnalato che una presenza dell’Italia è stata garantita da due speaker della conferenza di grande peso: Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, che ha partecipato a una tavola rotonda sulle politiche per una bioeconomia europea competitiva con altri capi di aziende europee e non solo, e Michele Rubino, rappresentante di Beta Renewables, la joint venture tra Chemtex Italia (Gruppo Mossi & Ghisolfi) e il fondo americano Texas Pacific Group, che ha presentato la bioraffineria di Crescentino per la produzione di bioetanolo da lignocellulosa. La più grande al mondo.

Mario Bonaccorso