Il secondo mandato di Obama è bio-based

secondo mandato obamaBarack Obama ha giurato per il suo secondo mandato. Nel discorso inaugurale pronunciato a Washington ha toccato tutti i temi del dibattito politico americano: economia, sanità, cambiamenti climatici (un punto su cui ha insistito molto e che invece era rimasto in secondo piano durante la campagna elettorale), armi da fuoco, diritti civili di donne, gay, immigrati e minoranze. “L’America è in ripresa, un decennio di guerre sta finendo, l’economia sta ripartendo. Ora più che mai dobbiamo agire insieme come una nazione, un popolo. Le nostre possibilità sono illimitate”.

Saranno quattro anni in cui l’America cercherà di spingere sull’acceleratore della ripresa economica. E a contribuire alla spinta sarà certamente il piano della Casa Bianca per la bioeconomia. A sottolineare quanto Obama crede alle enormi potenzialità dell’economia bio-based  è arrivata nei giorni scorsi la sua scelta di confermare capo del Dipartimento dell’Agricoltura, Tom Vilsack, uno dei pochi ad essersi salvato dalle modifiche apportate dal presidente al suo secondo gabinetto.

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La bioeconomia tra Krugman e il fiscal compact

krugmanIl sostegno alla crescita della bioeconomia in Europa è conciliabile con il fiscal compact? È possibile sostenere la crescita dell’economia con una politica economica vincolata per i prossimi vent’anni  all’obiettivo di riduzione del debito di circa 50 miliardi all’anno (certo, con variazioni a seconda che si avvii o meno la tanto attesa ripresa)?

Queste domande ci piacerebbe potessero fare il proprio ingresso nella campagna elettorale italiana. Per trovare risposte da tutti gli schieramenti. Perché se in tanti oggi corrono (a parole) a (ri)scoprire Paul Krugman, il premio Nobel per l’economia che da sempre è critico con la politica europea di austerità e di mantenimento della stabilità dei prezzi, in quanto politica recessiva, è ancora vivo nella mente il ricordo dell’approvazione da parte del Parlamento lo scorso luglio (360 voti a favore alla Camera) del “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”. In poche parole: il fiscal compact, che ha reso costituzionali vincoli durissimi per le economie e i bilanci nazionali.

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In Sardinia the first Italian start-up that develops biopesticides

agricoltura sardegna“The landing in a sustainable agriculture is one of the major challenges of the third millennium, with a major impact on the health of humans and animals, biodiversity and the balance of the entire ecosystem.” To say it in this interview is Luca Ruiu, a researcher at the University of Sassari, founder and CEO of Bioecopest, a spin-off of the same university that develops natural biopesticides, “antagonistic microorganisms harmful for pests you want to eradicate from crops, but absolutely harmless for those who then goes to eat fruit and vegetables treated in this way.” With Ruiu we talk on biopesticides, sustainable agriculture and bioeconomy as a driver for the economic growth and the creation of new high-skilled employment.

Interview by Mario Bonaccorso

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Another brick in the European Bioeconomy’s wall

dublin castleAnother brick towards the European Bioeconomy. The European Commission organises from 14 to 15 February in Dublin the conference “Bioeconomy in the EU: achievements and directions for the future”.

One year on from the launching of the EU’s Bioeconomy Strategy, Brussels in collaboration with the Irish Presidency analyses the achievements and the opportunities ahead in the two-day conference.

Commissioner for Science, Research and Innovation, Máire Geoghegan-Quinn, and the Irish Minister for Agriculture, Food and the Marine , Simon Coveney, will open this high level meeting that takes place in the Dublin Castle.

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Il piano irlandese per la bioeconomia punta sulle risorse marine

mare irlandese“Negli oceani esiste un grande potenziale per la scoperta di nuovi organismi, molecole e materiali, che possono essere utilizzati in campo biomedico, alimentare ed energetico, come ad esempio principi terapeutici e nutritivi”. A sostenerlo è Ilaria Nardello, una ricercatrice italiana a cui è stato affidato il coordinamento del Programma nazionale irlandese di ricerca nel campo della biotecnologia marina. Un progetto ambizioso, inserito in un’articolata strategia nazionale – ci dice Nardello – “che ha l’obiettivo di utilizzare le risorse marine per potenziare l’economia irlandese e ha comportato un investimento di circa 120 milioni di euro di fondi pubblici per la ricerca e lo sviluppo in tutte le aree del marino, nel periodo 2007-2010”.

L’Irlanda, presidente di turno dall’Unione europea, è uno dei paesi che si è già dotato di un Piano nazionale per la bioeconomia. In questa intervista ne approfondiamo i punti essenziali, per scoprire come “nonostante un clima di grandi incertezze legate ad una fortissima crisi finanziaria, l’Irlanda continua a scommettere sul sistema innovazione e sulla ricerca come fattori di sviluppo economico”.

di Mario Bonaccorso

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In Brussels to foster European bioeconomy

La sede della Commissione europea, BruxellesDear Readers,

we would like to draw your attention to the stakeholder event on the planned bio-based industries PPP (Public-Private Partnership) BRIDGE organised by the European Commission DG Research on 09 January 2013 in Brussels.
During this event, the Commission will present the results of the public consultation, which ran until mid-December; and several partners active in the PPP will present the vision and mission of BRIDGE. The stakeholder meeting will be opened by DG Robert-Jan Smits, followed by presentations from Stephan Tanda (DSM), Catia Bastioli (Novamont), Tini Hooymans (TNO) as well as a panel discussion with representatives from the EU Commission, Industry and RTOs moderated by Lars Hansen (Novozymes).

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Ecco perché serve un piano nazionale per la bioeconomia

ministero del lavoroDue milioni e 870mila disoccupati in Italia (un tasso dell’11,1%). Un record dal quarto trimestre 1992. La disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) ha raggiunto il 36,5%, il massimo storico. Ma la disoccupazione non fotografa con precisione la situazione del mercato del lavoro, perché non include cassintegrati, inoccupati, sotto-occupati e scoraggiati (quelli – sempre di più – che un lavoro hanno smesso di cercarlo). Per questo motivo in Europa si guarda al tasso di occupazione. Consapevole di questo, il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 22 novembre ha affermato durante un incontro al Club Canova, che “il numero di persone in difficoltà con il lavoro probabilmente supera i 7 milioni”. Un numero gigantesco, anche perché significherebbe 7 milioni di famiglie. E oggi il ministro Patroni Griffi ha reso noto che i precari nella Pubblica Amministrazione sono 260mila.

Altro dato da sottolineare è l’occupazione femminile: in Italia è al 47,2%, contro una media europea al 58,6%. E pensare che l’Agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato l’obiettivo di un’occupazione femminile al 60% entro il 2010. Ma soprattutto che le donne ottengono risultati scolastici e titoli di studio migliori rispetto agli uomini (anche in corsi di studio tradizionalmente a prevalenza maschile).

Ispirandoci a Ennio Flaiano, possiamo dire che la situazione in Italia è grave e in questo caso è anche molto seria.  Con la netta e avvilente sensazione che il nostro paese abbia perso quasi vent’anni a discutere del nulla, a consolidare rendite di posizione, senza investire per innovare e creare nuova occupazione. E senza riformare il sistema di welfare per tutelare i nuovi lavori flessibili che le legislazioni di destra e di sinistra hanno via via introdotto.

Lo scorso marzo a Copenaghen, nel corso della Conferenza sulla bioeconomia promossa dalla Presidenza danese dell’Unione europea, è emerso un messaggio su tutti: una delle chiavi, o forse l’unica chiave, per creare nei prossimi anni in Europa nuova occupazione, in un quadro di crescita economica sostenibile, è la bioeconomia. L’Europa ha chiamato i paesi europei all’azione per dotarsi ciascuno di un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Ma mentre paesi come la Germania, l’Olanda, la Danimarca, l’Irlanda e persino la Repubblica Ceca hanno provveduto, e altri come la Francia stanno provvedendo, l’Italia si dimostra latitante. Eppure abbiamo tre imprese prese a modello dalla stessa Europa: Novamont, Mossi & Ghisolfi ed ENI. E altre piccole e medie imprese che dimostrano di essere in crescita, come nel caso di Bio-On, una piccola-media impresa emiliana che è proprietaria del know-how per la produzione di PHAs (polidrossialcanoati) riconosciuti come i migliori biopolimeri del futuro.

Il piano nazionale per la bioeconomia altro non è che una nuova strategia di  politica industriale-ambientale, che ai livelli odierni di disoccupazione è assolutamente urgente, capace di guardare al breve, al medio e al lungo periodo. Un nuovo paradigma che sostenga la ricerca universitaria, l’innovazione pubblica e privata, i processi di internazionalizzazione e le reti di imprese, partendo dal presupposto che la disoccupazione oggi non è più soltanto un effetto collaterale della crisi ma la sua stessa causa.  Proprio così: se non riparte subito l’occupazione è difficile pensare che possa ripartire l’economia nel nostro paese.

La bioeconomia in Italia offre già esempi virtuosi. Uno di questi è il progetto Novamont a Porto Torres, che prevede la riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie di terza generazione e si regge sull’integrazione tra agricoltura, chimica, industria e ricerca. In Sardegna, Matrìca, la joint-venture Novamont-Versalis, è impegnata nella costruzione di sette impianti entro il 2016 attraverso  fasi industriali per la produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti, elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli) derivate da aridocolture autoctone a basso input (senza acqua irrigua, fertilizzanti e pesticidi) su terreni non utilizzabili per produrre alimenti. Un investimento complessivo di oltre 500 milioni di euro che, ripartendo dalla ricchezza delle risorse del territorio e dalla vocazione agricola locale, porterà lavoro e crescita in una delle Regioni italiane più gravemente toccate dalla crisi e dalla disoccupazione.

Qualunque sarà il prossimo governo che si insedierà nel 2013, è evidente che il tema dell’occupazione dovrà essere il primo, più urgente, punto della sua agenda politica.

Mario Bonaccorso

Tra bioeconomia e politica in tempi di primarie

E’ ambizioso porsi l’obiettivo che un gran numero di persone si interessi al dibattito politico e concorra a stabilire i programmi politici, anziché rispondere passivamente ai sondaggi elettorali?

Certo oggi sono gli stessi partiti a porsi come “apparati di distanziamento delle persone dalla politica” (l’espressione è di Marco Revelli). Meglio per loro che la politica sia gestita in ambito ristretto, da chi la fa per professione ed è interessato a limitare a pochi, meglio se amici, la gestione dei posti di potere e di sottopotere. Se c’è qualcuno che osa criticare dall’interno, meglio allontanarlo al più presto: con le buone o con le cattive.

La democrazia prospera, però, solo quando aumentano per le persone le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e il confronto, alla definizione delle priorità della vita pubblica, quando le persone usufruiscono di queste opportunità e quando gli apparati di partito non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose. Oggi, invece, sempre più, a parte lo spettacolo sempre più avvilente delle campagne elettorali, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e i gruppi che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici e finanziari. Gli interessi di una minoranza potente sono divenuti così ben più attivi dei cittadini comuni nel piegare il sistema politico ai loro scopi, mentre i dirigenti politici hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente attraverso la comunicazione, e gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestite dall’alto (con risultati sempre peggiori, se stiamo ai dati che ci hanno fornito le recenti elezioni siciliane).

Ciò tra l’altro ha provocato la riduzione dei politici a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro clienti per restare a galla. Le tecniche di manipolazione politica servono solo per conoscere l’opinione del pubblico senza che questo sia in grado di controllare il processo a proprio beneficio. Anche il sistema delle primarie escogitato dal centro-sinistra, e che a quanto pare sarà replicato adesso anche dal centro-destra, non è nulla più di un evento mediatico che serve unicamente a celebrare una leadership già assegnata dai partiti politici.

Il punto è che, mentre le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica diventano sempre più sofisticate, il contenuto dei programmi e le caratteristiche delle rivalità tra i partiti sempre più vaghi e indefiniti. E anche la discussione che conduce alle primarie di domenica prossima per scegliere il candidato primo ministro del centro-sinistra si è celebrata unicamente intorno alle tattiche della politica (Casini sì o no, Di Pietro sì o no, rottamatori o usato sicuro?), tralasciando completamente di interrogarsi su quale progetto di sviluppo per l’economia e la società mettere in campo (non parliamo di bioeconomia) e di come coinvolgere in questo progetto i cittadini e le cittadine.

Conseguenze: lo stato sociale diventa residuale, destinato al povero bisognoso piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello stato come poliziotto e carceriere, non si investe in ricerca e innovazione, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, gli interessi particolari vengono tradotti in linee di condotta politica generale e i poveri smettono mano a mano di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare.

Un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta. Nelle società più chiaramente orientate al mercato verso le quali ci stiamo evolvendo, la disuguaglianza di reddito e la povertà relativa o persino assoluta crescono nettamente. Il nuovo mercato del lavoro rende l’esistenza insicura per quello che i sociologi definiscono il terzo inferiore della popolazione attiva. E cresce la percentuale del nuovo terziario dei servizi che comporta lavori sporchi e pericolosi. Ma i moderni problemi del lavoro non sono più confinati soltanto al terzo inferiore della popolazione.

Come uscirne? Oggi – per dirla con il Wilhelm Meister di Goethe – non è più “tempo di agire per pensare ma di pensare per agire”.

Felice Amori

Il Congresso Usa contro Obama e il piano sui biocarburanti

A rischio il piano biofuels del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Secondo voci che provengono da oltre Atlantico, il congresso potrebbe interrompere gli ambiziosi programmi sui biocarburanti della Difesa americana, quando a breve assumerà il National Defence Authorization Act. Il motivo? Gli alti costi dei carburanti di derivazione biologica rispetto ai carburanti di origine fossile. Ma i più maligni pensano si tratti di un ennesimo tentativo di  sgambetto al presidente Obama, appena rieletto. Comunque sia, si tratterebbe di un colpo pesante per la strategia americana a lungo termine per la sicurezza energetica. Ma non solo: i produttori di biocarburanti perderebbero uno dei maggiori e più promettenti clienti.

Il Dipartimento della Difesa è infatti uno degli attori chiavi nella bioeconomia a stelle e strisce, non solo in qualità di cliente tenace e aggressivo ma anche perché svolge un’attività importante di ricerca e sviluppo sui biocarburanti di terza generazione, quelli che derivano dalle alghe.

Già la scorsa primavera, i leader repubblicani al Congresso avevano tentato di impedire ai militari di acquistare i biocarburanti in quanto più costosi rispetto ai combustibili fossili, e si erano anche opposti alla costruzione di bioraffinerie della Difesa sul suolo americano. La risposta di Obama era stata ferma: 62 milioni di dollari messi subito a disposizione per l’acquisto di biocarburante militare, operazione compiuta nel quadro del Defence Production Act degli anni cinquanta, e 420 milioni per una partnership pubblico-privato sui biocombustibili per la costruzione di bioraffinerie.

Solo grazie a questo intervento la Marina militare ha potuto mantenere la propria collaborazione con la società Biodico per la ricerca e sviluppo di biocarburante. Di recente, la Biodico ha firmato un accordo con la Marina per la costruzione di una bioraffineria nuova di zecca. La Marina mette a disposizione una sua base e in cambio ottiene dalla Biodico la fornitura di biocarburante a prezzi competitivi.

Ma anche l’Aeronautica, l’Esercito e la Guardia costiera statunitensi sono coinvolti nel programma sui biocarburanti.

In un Rapporto pubblicato nei mesi scorsi, il Dipartimento della Difesa ha stimato che la sola iniziativa sul biocarburante militare potrebbe generare un volume d’affari di circa 20 miliardi di dollari entro il 2020, creando fino a 17mila nuovi posti di lavoro.

La relazione rileva inoltre che i benefici di una bioeconomia in crescita sono distribuiti su una vasta area degli Stati Uniti, andandosi a integrare con le iniziative rurali dell’Amministrazione Obama per lo sviluppo economico. Il piano di sviluppo economico rurale ha preso il via nel 2011 con un memorandum d’intesa tra il Dipartimento della Marina, quello dell’Energia e quello dell’Agricoltura, che presentava la Marina come un cliente bramoso di biocarburanti.

Gli apparati militari sono il più grande driver dell’industria dei biocarburanti negli Stati Uniti in questo momento. Se il Congresso dovesse davvero bloccare i programmi della Difesa – dicono gli addetti ai lavori – la mazzata per l’industria biofuels made in America sarebbe davvero pesantissima.”

Felice Amori

DSM: in Europe we need a more integral approach to the bioeconomy from regulators

In Europe there is a need for stability and coherence in the regulatory field of new energy. The Commission’s decision to limit to 5% the use of first-generation biofuels (those derived from food crops) goes in the wrong direction. To say it is Martijn Antonisse, director of new projects on bio-based products for DSM, the giant Dutch multinational active in the fields of life sciences, nutrition and materials (22 thousand employees worldwide, with a turnover of € 9 billion in 2011) . One of the first industries to sniff the new business of bio-economy, the new economy based on biological resources, and invest good money.
Mister Antonisse, how much is DSM investing for bio-based products?
We don’t reveal our R&D expenditure for any specific subject. What we can share is that we spent 5.3% of net sales on R&D in 2011
Well, I think a significant percentage. But what makes DSM so decided to focus on the bioeconomy?
We don’t know exactly what the future holds for our planet, but we strongly believe that we need to prepare for the era when fossil feedstock will become too expensive, or even limited in availability. As our great-grandparents and their ancestors did, we will need to return to living of the land – using wind, solar energy, hydro and crops, be it smarter (a/o through the use of biotechnology) than we did before we found oil.
According to Bloomberg New Energy Finance, next-generation ethanol alone could create up to a million man-years of sustainable employment in Europe between now and 2020, and help reduce road transport green house gas emissions by 50%.
DSM wants to be a leader of this revolution. Thanks to our company, new enzyme and yeast technology exists that has made cellulosic ethanol – that is biofuel made from (non edible) plant residues– commercially viable for the first time.
So what do you think of the European Commission’s decision to restrict the use of first-generation biofuels to 5%? The discussion in the whole of Europe is lively …
The proposal to limit the use of crop-based biofuels to 5% and at the same time double or quadruple count several non-food-related alternatives, will eventually lead to a lower percentage of current fuel consumption being fulfilled with renewable alternatives. To us that is a disappointing direction, since we work from the belief that the transition from non-renewable to renewable feedstock is the first important objective. Regulation should help to increase the level of responsible thinking involved – not stop, or limit the demand.
What measures should be introduced by Europe to effectively drive the bioeconomy?
DSM feels that we need a) a more integral approach to the bio-economy from regulators (rather than one-sided thinking, either from energy, or agricultural, or environmental perspective) and b) measures that create a more level playing field for bio-based solutions versus their alternatives that are based on non-renewable feedstock. In this sense, we feel that Europe is severely lagging behind the USA and Brazil when it comes down to supportive policies and (consequential) market conditions.
Fortunately, however, DSM is not investing only in the U.S. or Brazil. It also does in Italy: in Cassano Spinola in the province of Alessandria, there is a plant of Reverdia, your joint venture with Roquette
Today the vast majority of chemical building blocks that go into making foods, resins, polymers and pharmaceuticals are derived from oil.
In a first significant step away from this model, DSM has partnered with Roquette, a leading French starch and starch-derivatives company, to produce bio-succinic acid, a key chemical building block that is made from plants rather than fossil carbon sources.
Bio-succinic acid, which is made from starch using an innovative enzyme-based fermentation technology, has environmental benefits in two respects: not only does it avoid the need for non-renewable hydrocarbon ingredients; it is also much less energy intensive to produce, requiring 40% less energy to make than conventional succinic acid.
Mario Bonaccorso