Ecco perché serve un piano nazionale per la bioeconomia

ministero del lavoroDue milioni e 870mila disoccupati in Italia (un tasso dell’11,1%). Un record dal quarto trimestre 1992. La disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) ha raggiunto il 36,5%, il massimo storico. Ma la disoccupazione non fotografa con precisione la situazione del mercato del lavoro, perché non include cassintegrati, inoccupati, sotto-occupati e scoraggiati (quelli – sempre di più – che un lavoro hanno smesso di cercarlo). Per questo motivo in Europa si guarda al tasso di occupazione. Consapevole di questo, il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 22 novembre ha affermato durante un incontro al Club Canova, che “il numero di persone in difficoltà con il lavoro probabilmente supera i 7 milioni”. Un numero gigantesco, anche perché significherebbe 7 milioni di famiglie. E oggi il ministro Patroni Griffi ha reso noto che i precari nella Pubblica Amministrazione sono 260mila.

Altro dato da sottolineare è l’occupazione femminile: in Italia è al 47,2%, contro una media europea al 58,6%. E pensare che l’Agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato l’obiettivo di un’occupazione femminile al 60% entro il 2010. Ma soprattutto che le donne ottengono risultati scolastici e titoli di studio migliori rispetto agli uomini (anche in corsi di studio tradizionalmente a prevalenza maschile).

Ispirandoci a Ennio Flaiano, possiamo dire che la situazione in Italia è grave e in questo caso è anche molto seria.  Con la netta e avvilente sensazione che il nostro paese abbia perso quasi vent’anni a discutere del nulla, a consolidare rendite di posizione, senza investire per innovare e creare nuova occupazione. E senza riformare il sistema di welfare per tutelare i nuovi lavori flessibili che le legislazioni di destra e di sinistra hanno via via introdotto.

Lo scorso marzo a Copenaghen, nel corso della Conferenza sulla bioeconomia promossa dalla Presidenza danese dell’Unione europea, è emerso un messaggio su tutti: una delle chiavi, o forse l’unica chiave, per creare nei prossimi anni in Europa nuova occupazione, in un quadro di crescita economica sostenibile, è la bioeconomia. L’Europa ha chiamato i paesi europei all’azione per dotarsi ciascuno di un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Ma mentre paesi come la Germania, l’Olanda, la Danimarca, l’Irlanda e persino la Repubblica Ceca hanno provveduto, e altri come la Francia stanno provvedendo, l’Italia si dimostra latitante. Eppure abbiamo tre imprese prese a modello dalla stessa Europa: Novamont, Mossi & Ghisolfi ed ENI. E altre piccole e medie imprese che dimostrano di essere in crescita, come nel caso di Bio-On, una piccola-media impresa emiliana che è proprietaria del know-how per la produzione di PHAs (polidrossialcanoati) riconosciuti come i migliori biopolimeri del futuro.

Il piano nazionale per la bioeconomia altro non è che una nuova strategia di  politica industriale-ambientale, che ai livelli odierni di disoccupazione è assolutamente urgente, capace di guardare al breve, al medio e al lungo periodo. Un nuovo paradigma che sostenga la ricerca universitaria, l’innovazione pubblica e privata, i processi di internazionalizzazione e le reti di imprese, partendo dal presupposto che la disoccupazione oggi non è più soltanto un effetto collaterale della crisi ma la sua stessa causa.  Proprio così: se non riparte subito l’occupazione è difficile pensare che possa ripartire l’economia nel nostro paese.

La bioeconomia in Italia offre già esempi virtuosi. Uno di questi è il progetto Novamont a Porto Torres, che prevede la riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie di terza generazione e si regge sull’integrazione tra agricoltura, chimica, industria e ricerca. In Sardegna, Matrìca, la joint-venture Novamont-Versalis, è impegnata nella costruzione di sette impianti entro il 2016 attraverso  fasi industriali per la produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti, elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli) derivate da aridocolture autoctone a basso input (senza acqua irrigua, fertilizzanti e pesticidi) su terreni non utilizzabili per produrre alimenti. Un investimento complessivo di oltre 500 milioni di euro che, ripartendo dalla ricchezza delle risorse del territorio e dalla vocazione agricola locale, porterà lavoro e crescita in una delle Regioni italiane più gravemente toccate dalla crisi e dalla disoccupazione.

Qualunque sarà il prossimo governo che si insedierà nel 2013, è evidente che il tema dell’occupazione dovrà essere il primo, più urgente, punto della sua agenda politica.

Mario Bonaccorso

Tra bioeconomia e politica in tempi di primarie

E’ ambizioso porsi l’obiettivo che un gran numero di persone si interessi al dibattito politico e concorra a stabilire i programmi politici, anziché rispondere passivamente ai sondaggi elettorali?

Certo oggi sono gli stessi partiti a porsi come “apparati di distanziamento delle persone dalla politica” (l’espressione è di Marco Revelli). Meglio per loro che la politica sia gestita in ambito ristretto, da chi la fa per professione ed è interessato a limitare a pochi, meglio se amici, la gestione dei posti di potere e di sottopotere. Se c’è qualcuno che osa criticare dall’interno, meglio allontanarlo al più presto: con le buone o con le cattive.

La democrazia prospera, però, solo quando aumentano per le persone le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e il confronto, alla definizione delle priorità della vita pubblica, quando le persone usufruiscono di queste opportunità e quando gli apparati di partito non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose. Oggi, invece, sempre più, a parte lo spettacolo sempre più avvilente delle campagne elettorali, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e i gruppi che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici e finanziari. Gli interessi di una minoranza potente sono divenuti così ben più attivi dei cittadini comuni nel piegare il sistema politico ai loro scopi, mentre i dirigenti politici hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente attraverso la comunicazione, e gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestite dall’alto (con risultati sempre peggiori, se stiamo ai dati che ci hanno fornito le recenti elezioni siciliane).

Ciò tra l’altro ha provocato la riduzione dei politici a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro clienti per restare a galla. Le tecniche di manipolazione politica servono solo per conoscere l’opinione del pubblico senza che questo sia in grado di controllare il processo a proprio beneficio. Anche il sistema delle primarie escogitato dal centro-sinistra, e che a quanto pare sarà replicato adesso anche dal centro-destra, non è nulla più di un evento mediatico che serve unicamente a celebrare una leadership già assegnata dai partiti politici.

Il punto è che, mentre le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica diventano sempre più sofisticate, il contenuto dei programmi e le caratteristiche delle rivalità tra i partiti sempre più vaghi e indefiniti. E anche la discussione che conduce alle primarie di domenica prossima per scegliere il candidato primo ministro del centro-sinistra si è celebrata unicamente intorno alle tattiche della politica (Casini sì o no, Di Pietro sì o no, rottamatori o usato sicuro?), tralasciando completamente di interrogarsi su quale progetto di sviluppo per l’economia e la società mettere in campo (non parliamo di bioeconomia) e di come coinvolgere in questo progetto i cittadini e le cittadine.

Conseguenze: lo stato sociale diventa residuale, destinato al povero bisognoso piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello stato come poliziotto e carceriere, non si investe in ricerca e innovazione, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, gli interessi particolari vengono tradotti in linee di condotta politica generale e i poveri smettono mano a mano di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare.

Un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta. Nelle società più chiaramente orientate al mercato verso le quali ci stiamo evolvendo, la disuguaglianza di reddito e la povertà relativa o persino assoluta crescono nettamente. Il nuovo mercato del lavoro rende l’esistenza insicura per quello che i sociologi definiscono il terzo inferiore della popolazione attiva. E cresce la percentuale del nuovo terziario dei servizi che comporta lavori sporchi e pericolosi. Ma i moderni problemi del lavoro non sono più confinati soltanto al terzo inferiore della popolazione.

Come uscirne? Oggi – per dirla con il Wilhelm Meister di Goethe – non è più “tempo di agire per pensare ma di pensare per agire”.

Felice Amori

Il Congresso Usa contro Obama e il piano sui biocarburanti

A rischio il piano biofuels del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Secondo voci che provengono da oltre Atlantico, il congresso potrebbe interrompere gli ambiziosi programmi sui biocarburanti della Difesa americana, quando a breve assumerà il National Defence Authorization Act. Il motivo? Gli alti costi dei carburanti di derivazione biologica rispetto ai carburanti di origine fossile. Ma i più maligni pensano si tratti di un ennesimo tentativo di  sgambetto al presidente Obama, appena rieletto. Comunque sia, si tratterebbe di un colpo pesante per la strategia americana a lungo termine per la sicurezza energetica. Ma non solo: i produttori di biocarburanti perderebbero uno dei maggiori e più promettenti clienti.

Il Dipartimento della Difesa è infatti uno degli attori chiavi nella bioeconomia a stelle e strisce, non solo in qualità di cliente tenace e aggressivo ma anche perché svolge un’attività importante di ricerca e sviluppo sui biocarburanti di terza generazione, quelli che derivano dalle alghe.

Già la scorsa primavera, i leader repubblicani al Congresso avevano tentato di impedire ai militari di acquistare i biocarburanti in quanto più costosi rispetto ai combustibili fossili, e si erano anche opposti alla costruzione di bioraffinerie della Difesa sul suolo americano. La risposta di Obama era stata ferma: 62 milioni di dollari messi subito a disposizione per l’acquisto di biocarburante militare, operazione compiuta nel quadro del Defence Production Act degli anni cinquanta, e 420 milioni per una partnership pubblico-privato sui biocombustibili per la costruzione di bioraffinerie.

Solo grazie a questo intervento la Marina militare ha potuto mantenere la propria collaborazione con la società Biodico per la ricerca e sviluppo di biocarburante. Di recente, la Biodico ha firmato un accordo con la Marina per la costruzione di una bioraffineria nuova di zecca. La Marina mette a disposizione una sua base e in cambio ottiene dalla Biodico la fornitura di biocarburante a prezzi competitivi.

Ma anche l’Aeronautica, l’Esercito e la Guardia costiera statunitensi sono coinvolti nel programma sui biocarburanti.

In un Rapporto pubblicato nei mesi scorsi, il Dipartimento della Difesa ha stimato che la sola iniziativa sul biocarburante militare potrebbe generare un volume d’affari di circa 20 miliardi di dollari entro il 2020, creando fino a 17mila nuovi posti di lavoro.

La relazione rileva inoltre che i benefici di una bioeconomia in crescita sono distribuiti su una vasta area degli Stati Uniti, andandosi a integrare con le iniziative rurali dell’Amministrazione Obama per lo sviluppo economico. Il piano di sviluppo economico rurale ha preso il via nel 2011 con un memorandum d’intesa tra il Dipartimento della Marina, quello dell’Energia e quello dell’Agricoltura, che presentava la Marina come un cliente bramoso di biocarburanti.

Gli apparati militari sono il più grande driver dell’industria dei biocarburanti negli Stati Uniti in questo momento. Se il Congresso dovesse davvero bloccare i programmi della Difesa – dicono gli addetti ai lavori – la mazzata per l’industria biofuels made in America sarebbe davvero pesantissima.”

Felice Amori

DSM: in Europe we need a more integral approach to the bioeconomy from regulators

In Europe there is a need for stability and coherence in the regulatory field of new energy. The Commission’s decision to limit to 5% the use of first-generation biofuels (those derived from food crops) goes in the wrong direction. To say it is Martijn Antonisse, director of new projects on bio-based products for DSM, the giant Dutch multinational active in the fields of life sciences, nutrition and materials (22 thousand employees worldwide, with a turnover of € 9 billion in 2011) . One of the first industries to sniff the new business of bio-economy, the new economy based on biological resources, and invest good money.
Mister Antonisse, how much is DSM investing for bio-based products?
We don’t reveal our R&D expenditure for any specific subject. What we can share is that we spent 5.3% of net sales on R&D in 2011
Well, I think a significant percentage. But what makes DSM so decided to focus on the bioeconomy?
We don’t know exactly what the future holds for our planet, but we strongly believe that we need to prepare for the era when fossil feedstock will become too expensive, or even limited in availability. As our great-grandparents and their ancestors did, we will need to return to living of the land – using wind, solar energy, hydro and crops, be it smarter (a/o through the use of biotechnology) than we did before we found oil.
According to Bloomberg New Energy Finance, next-generation ethanol alone could create up to a million man-years of sustainable employment in Europe between now and 2020, and help reduce road transport green house gas emissions by 50%.
DSM wants to be a leader of this revolution. Thanks to our company, new enzyme and yeast technology exists that has made cellulosic ethanol – that is biofuel made from (non edible) plant residues– commercially viable for the first time.
So what do you think of the European Commission’s decision to restrict the use of first-generation biofuels to 5%? The discussion in the whole of Europe is lively …
The proposal to limit the use of crop-based biofuels to 5% and at the same time double or quadruple count several non-food-related alternatives, will eventually lead to a lower percentage of current fuel consumption being fulfilled with renewable alternatives. To us that is a disappointing direction, since we work from the belief that the transition from non-renewable to renewable feedstock is the first important objective. Regulation should help to increase the level of responsible thinking involved – not stop, or limit the demand.
What measures should be introduced by Europe to effectively drive the bioeconomy?
DSM feels that we need a) a more integral approach to the bio-economy from regulators (rather than one-sided thinking, either from energy, or agricultural, or environmental perspective) and b) measures that create a more level playing field for bio-based solutions versus their alternatives that are based on non-renewable feedstock. In this sense, we feel that Europe is severely lagging behind the USA and Brazil when it comes down to supportive policies and (consequential) market conditions.
Fortunately, however, DSM is not investing only in the U.S. or Brazil. It also does in Italy: in Cassano Spinola in the province of Alessandria, there is a plant of Reverdia, your joint venture with Roquette
Today the vast majority of chemical building blocks that go into making foods, resins, polymers and pharmaceuticals are derived from oil.
In a first significant step away from this model, DSM has partnered with Roquette, a leading French starch and starch-derivatives company, to produce bio-succinic acid, a key chemical building block that is made from plants rather than fossil carbon sources.
Bio-succinic acid, which is made from starch using an innovative enzyme-based fermentation technology, has environmental benefits in two respects: not only does it avoid the need for non-renewable hydrocarbon ingredients; it is also much less energy intensive to produce, requiring 40% less energy to make than conventional succinic acid.
Mario Bonaccorso

Green o Bio, benvenuti nella nuova economia

Bioeconomy, Green Economy. Che sia Bio o che sia Green, l’economia di questo nuovo millennio non potrà più essere come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi: dovrà utilizzare le risorse biologiche e le energie pulite per essere sostenibile. Potremmo forse solo dire Economia, nella consapevolezza che dalla strada intrapresa non si può tornare indietro. Fra qualche decennio – ci auguriamo – non ci sarà più bisogno di aggettivi. In questo senso gli Stati Generali della Green Economy che si sono tenuti a Rimini dal 7 all’8 novembre sono una buona notizia anche per la Bioeconomy, perché non solo si sono occupati delle energie da biomasse ma soprattutto hanno tracciato una direzione condivisa verso una società post-petrolifera. La presenza del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, danno un segnale importante che almeno a Palazzo Chigi in questo momento ci sono gli interlocutori giusti. Certo non è ancora sufficiente.

La bioeconomia non è solo una questione industriale o finanziaria, ma è anche e probabilmente in modo rilevante una questione culturale: riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre abitudini consumistiche.

Allora è un bene che come proposto a Rimini si cominci a ragionare su una pedonalizzazione di tutti i centri urbani, che si avviino o si consolidino tutte le iniziative di bike-sharing, car-sharing e car-pooling. Che si sostenga una politica di lotta allo spreco e di riutilizzo dei rifiuti. La mobilità sostenibile e la gestione dei rifiuti fanno parte integrante anche della bioeconomia, intesa come movimento culturale.

E molte delle 70 proposte, estratte dai documenti elaborati dagli 8 gruppi di lavoro tematici, che sono state oggetto di dibattito e di confronto con gli interlocutori intervenuti agli Stati generali della Green Economy sono applicabili integralmente alla bioeconomia.

Vediamole nel dettaglio: misure generali per una green economy (tra cui l’obiettivo di migliorare e rafforzare la comunicazione agli investitori e ai mercati sui vantaggi della green economy, valorizzare il potenziale green delle imprese italiane, rafforzare un uso mirato degli strumenti economici, promuovere e sostenere iniziative green oriented nell’ambito del venture capital e del private equity); sviluppo dell’ecoinnovazione, sviluppo dell’ecoefficienza, del riciclo e della rinnovabilità dei materiali, sviluppo dell’efficienza e del risparmio energetico; sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, tutela e valorizzazione dei servizi degli ecosistemi, sviluppo delle filiere agricole di qualità ecologica e sviluppo di una mobilità sostenibile.

Adesso attendiamo che queste proposte siano tradotte in provvedimenti concreti e che accanto al Piano nazionale per la Green Economy annunciato dal ministro Clini a Rimini ci sia anche un Piano per la Bioeconomy. D’altronde che sia Bio o che sia Green stiamo sempre parlando dell’Economia del Terzo millennio.

MB

 

 

Biocarburanti di prima generazione al 5%: l’Europa è in agitazione

L’industria europea dei biocarburanti è in agitazione. Dopo un mese di indiscrezioni provenienti da Bruxelles, la Commissione europea ha finalmente reso noti i propri piani per limitare la produzione di biocarburanti di prima generazione, quelli derivati da colture alimentari, quali il mais, il grano e la colza, a favore di quelli considerati più ”sostenibili”, frutto delle ricerche più recenti, che possono essere estratti da alghe, rifiuti, paglia e altri tipi di scarti. Punti di forza di questi ultimi, cosiddetti di seconda e terza generazione, sono  le inferiori emissioni di gas ad effetto serra e la non interferenza con la produzione alimentare mondiale.
La proposta della Commissione guidata da Josè Manuel Barroso mira ad intervenire sulla legislazione europea portando un netto cambiamento di rotta, innanzitutto limitando fino al 2020 al livello di consumo attuale, ossia al 5%, la quantità di biocarburanti e bioliquidi derivati da colture alimentari che possono essere contabilizzati dagli Stati membri per raggiungere l’obiettivo  del 10% di energia rinnovabile nel settore dei trasporti entro il 2020, definito con il piano Europa 2020.

Ovviamente, adesso la parola passa all’Europarlamento e agli Stati membri, che hanno già annunciato battaglia contro questo cambiamento in corso delle regole, che può rappresentare una vera e propria batosta per l’intera filiera coinvolta nella produzione di biocarburanti di prima generazione nel Vecchio Continente.

I piani della Commissione europea segnano l’ultima fase del dibattito “alimenti contro combustibile” e le sfide per la sostenibilità dei biocarburanti.
Secondo Connie Hedegaard, commissaria europea all’Azione per il clima, “i biocarburanti che possono aiutarci a combattere il cambiamento climatico sono quelli veramente sostenibili”.
“Dobbiamo investire – sostiene Hedegaard – in biocarburanti che consentano di raggiungere una riduzione delle emissioni reali di CO2 e non siano in concorrenza con i prodotti alimentari. Non si tratta di abbandonare del tutto i biocarburanti di prima generazione, ma stiamo inviando un chiaro segnale che anche in futuro i biocarburanti devono provenire da biocarburanti avanzati. Tutto il resto sarà insostenibile”.
Sul fronte degli agricoltori si sottolinea, invece, come la proposta della Commissione sia “mal concepita” e come le piante di bioetanolo diano oggi carburanti di alta qualità. Ma non solo: la nuova legislazione obbligherebbe molti stati ad aumentare l’importazione di più costose proteine per l’alimentazione animale.

Uno dei fronti più caldi è quello del Regno Unito, dove le associazioni dei produttori di biocarburante fanno presente che il limite al 5% potrebbe davvero ostacolare il mercato nazionale, dove già oggi il 3,5% del carburante per i trasporti su strada è da biocarburanti, una gran parte dei quali fa affidamento sulle colture.
Jeremy Tomkinson, Ceo della NNFCC, una delle più importanti società di consulenza britanniche nel campo della bioeconomia, considera la direzione presa dalla Commissione europea come l’affossamento completo dell’industria dei biocarburanti. “L’uscita di Bruxelles – sostiene Tomkinson – sta creando una enorme confusione.  E’ come cambiare le regole a metà di una partita di calcio “.
Di diverso avviso i gruppi ambientalisti, i quali sostengono come le proposte non siano sufficienti. “L’opzione migliore – sostengono dall’Associazione Amici delle Terra – sarebbe quella di abolire del tutto i biocarburanti di prima generazione.”

Franco Forte

Commissioner Geoghegan-Quinn: open letter for the Italian Bioeconomy

Ladies and gentlemen,

While I cannot be with you in person at this important conference, I am delighted to be able to briefly share some thoughts with you via this open letter.

The Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy addresses many subjects of direct relevance to the European Union’s priorities in the field of research and innovation, in particular Innovation Union, the new Horizon 2020 programme and the European Bioeconomy Strategy.

The innovation potential of industrial biotechnology is huge. It can make a major contribution to greening Europe’s industries by providing more sustainable and resource efficient processes. It will also deliver entirely new ways of transforming renewable biological resources into a wide range of products. The development of biorefineries, the factories in which such  processes are to be implemented, will trigger new investments and create many new jobs in rural areas. The development of bio-based products will open new markets and strengthen the competitiveness of European companies.

The advancement of bio-based products will also reduce our dependency on fossil resources and contribute substantially to the reduction of greenhouse gas emissions.

Let me elaborate on one concrete example which you will cover during this conference. The European Commission recently made  a proposal to amend important Directives on renewable energy and fuel quality, in particular in connection with biofuels. Some biofuels may not achieve the desired level of greenhouse gas emission savings due to so-called ILUC (indirect land-use change) effects. In order to make sure that we achieve the necessary emission reductions, the proposal will encourage the use of advanced biofuels. Discussions on new technologies, such as those you have scheduled here, followed by rapid deployment will be essential if we are to achieve our goals.

Europe is fully determined to build a strong bioeconomy. The European Bioeconomy Strategy is designed to deliver a significant contribution to the Europe 2020 goals of smart, sustainable and inclusive growth.

Coming to Horizon 2020, an important aim of the new programme for Research and Innovation for the period 2014-2020, is to address major societal challenges. Building the bio-economy is a prominent part of this approach. Industrial biotechnology and research and innovation activities in the field of bio-based industries have an essential role to play in this regard.

The European Commission has also identified biotechnology as a Key Enabling Technology for the competitiveness of European industries. As a consequence, biotechnology-related activities have been included in all three priority areas of Horizon 2020: promoting scientific excellence, building competitive industries and addressing societal challenges.

A significant part of the budget earmarked for bioeconomy research and innovation activities will be invested in developing bio-based industries and their value chains. The European Commission is considering the possibility of implementing this part of Horizon 2020 through a Public-Private Partnership.

Discussions on a proposal for such a PPP on Bio-based Industries are on-going with the relevant industries. This partnership could offer you a unique opportunity to get more directly involved in research and innovation activities at EU level.

In fact, you can get started today. The public consultation on the possible PPP on Bio-based Industries is open until 14 December. You can contribute by going to the website of the Directorate General for Research and Innovation (http://ec.europa.eu/research/consultations/bio_based_h2020/consultation_en.htm) or the website “Your Voice in Europe”.

I strongly encourage you to take part in this consultation and I look forward to our continued collaboration.

Together, we can strengthen the competitiveness of our bio-based industries and build an even stronger European bioeconomy. I trust this conference will trigger many new ideas and initiatives. I am convinced that Horizon 2020 will provide great opportunities to help put these into practice.

Commissioner GEOGHEGAN-QUINN

Brussels, 22 October 2012