Exclusive interview with European Commissioner Màire Geoghegan-Quinn: “We must prepare ourselves for a post-petroleum society”

european commissioner maire geoghegan-quinn

“Europe and the rest of the world must cope with an expected 70 per cent increase in food demand, and a 100 per cent increase in energy demand, by 2050. Under these circumstances, we must prepare ourselves for a ‘post-petroleum’ society, one in which we use our natural resources more sustainably”. In this exclusive interview European Commissioner for Research, Innovation and Science, Màire Geoghegan-Quinn, talks about bioeconomy and European policies to support it. And tells us that “The Italian government is aware of the benefits of a coordinated bioeconomy strategy and expressed interest in possibly hosting the annual Bioeconomy Stakeholders Conference in Italy in 2014”.

Interview by Mario Bonaccorso

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La bioeconomia tra Krugman e il fiscal compact

krugmanIl sostegno alla crescita della bioeconomia in Europa è conciliabile con il fiscal compact? È possibile sostenere la crescita dell’economia con una politica economica vincolata per i prossimi vent’anni  all’obiettivo di riduzione del debito di circa 50 miliardi all’anno (certo, con variazioni a seconda che si avvii o meno la tanto attesa ripresa)?

Queste domande ci piacerebbe potessero fare il proprio ingresso nella campagna elettorale italiana. Per trovare risposte da tutti gli schieramenti. Perché se in tanti oggi corrono (a parole) a (ri)scoprire Paul Krugman, il premio Nobel per l’economia che da sempre è critico con la politica europea di austerità e di mantenimento della stabilità dei prezzi, in quanto politica recessiva, è ancora vivo nella mente il ricordo dell’approvazione da parte del Parlamento lo scorso luglio (360 voti a favore alla Camera) del “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”. In poche parole: il fiscal compact, che ha reso costituzionali vincoli durissimi per le economie e i bilanci nazionali.

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Ecco perché serve un piano nazionale per la bioeconomia

ministero del lavoroDue milioni e 870mila disoccupati in Italia (un tasso dell’11,1%). Un record dal quarto trimestre 1992. La disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) ha raggiunto il 36,5%, il massimo storico. Ma la disoccupazione non fotografa con precisione la situazione del mercato del lavoro, perché non include cassintegrati, inoccupati, sotto-occupati e scoraggiati (quelli – sempre di più – che un lavoro hanno smesso di cercarlo). Per questo motivo in Europa si guarda al tasso di occupazione. Consapevole di questo, il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 22 novembre ha affermato durante un incontro al Club Canova, che “il numero di persone in difficoltà con il lavoro probabilmente supera i 7 milioni”. Un numero gigantesco, anche perché significherebbe 7 milioni di famiglie. E oggi il ministro Patroni Griffi ha reso noto che i precari nella Pubblica Amministrazione sono 260mila.

Altro dato da sottolineare è l’occupazione femminile: in Italia è al 47,2%, contro una media europea al 58,6%. E pensare che l’Agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato l’obiettivo di un’occupazione femminile al 60% entro il 2010. Ma soprattutto che le donne ottengono risultati scolastici e titoli di studio migliori rispetto agli uomini (anche in corsi di studio tradizionalmente a prevalenza maschile).

Ispirandoci a Ennio Flaiano, possiamo dire che la situazione in Italia è grave e in questo caso è anche molto seria.  Con la netta e avvilente sensazione che il nostro paese abbia perso quasi vent’anni a discutere del nulla, a consolidare rendite di posizione, senza investire per innovare e creare nuova occupazione. E senza riformare il sistema di welfare per tutelare i nuovi lavori flessibili che le legislazioni di destra e di sinistra hanno via via introdotto.

Lo scorso marzo a Copenaghen, nel corso della Conferenza sulla bioeconomia promossa dalla Presidenza danese dell’Unione europea, è emerso un messaggio su tutti: una delle chiavi, o forse l’unica chiave, per creare nei prossimi anni in Europa nuova occupazione, in un quadro di crescita economica sostenibile, è la bioeconomia. L’Europa ha chiamato i paesi europei all’azione per dotarsi ciascuno di un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Ma mentre paesi come la Germania, l’Olanda, la Danimarca, l’Irlanda e persino la Repubblica Ceca hanno provveduto, e altri come la Francia stanno provvedendo, l’Italia si dimostra latitante. Eppure abbiamo tre imprese prese a modello dalla stessa Europa: Novamont, Mossi & Ghisolfi ed ENI. E altre piccole e medie imprese che dimostrano di essere in crescita, come nel caso di Bio-On, una piccola-media impresa emiliana che è proprietaria del know-how per la produzione di PHAs (polidrossialcanoati) riconosciuti come i migliori biopolimeri del futuro.

Il piano nazionale per la bioeconomia altro non è che una nuova strategia di  politica industriale-ambientale, che ai livelli odierni di disoccupazione è assolutamente urgente, capace di guardare al breve, al medio e al lungo periodo. Un nuovo paradigma che sostenga la ricerca universitaria, l’innovazione pubblica e privata, i processi di internazionalizzazione e le reti di imprese, partendo dal presupposto che la disoccupazione oggi non è più soltanto un effetto collaterale della crisi ma la sua stessa causa.  Proprio così: se non riparte subito l’occupazione è difficile pensare che possa ripartire l’economia nel nostro paese.

La bioeconomia in Italia offre già esempi virtuosi. Uno di questi è il progetto Novamont a Porto Torres, che prevede la riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie di terza generazione e si regge sull’integrazione tra agricoltura, chimica, industria e ricerca. In Sardegna, Matrìca, la joint-venture Novamont-Versalis, è impegnata nella costruzione di sette impianti entro il 2016 attraverso  fasi industriali per la produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti, elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli) derivate da aridocolture autoctone a basso input (senza acqua irrigua, fertilizzanti e pesticidi) su terreni non utilizzabili per produrre alimenti. Un investimento complessivo di oltre 500 milioni di euro che, ripartendo dalla ricchezza delle risorse del territorio e dalla vocazione agricola locale, porterà lavoro e crescita in una delle Regioni italiane più gravemente toccate dalla crisi e dalla disoccupazione.

Qualunque sarà il prossimo governo che si insedierà nel 2013, è evidente che il tema dell’occupazione dovrà essere il primo, più urgente, punto della sua agenda politica.

Mario Bonaccorso

Tra bioeconomia e politica in tempi di primarie

E’ ambizioso porsi l’obiettivo che un gran numero di persone si interessi al dibattito politico e concorra a stabilire i programmi politici, anziché rispondere passivamente ai sondaggi elettorali?

Certo oggi sono gli stessi partiti a porsi come “apparati di distanziamento delle persone dalla politica” (l’espressione è di Marco Revelli). Meglio per loro che la politica sia gestita in ambito ristretto, da chi la fa per professione ed è interessato a limitare a pochi, meglio se amici, la gestione dei posti di potere e di sottopotere. Se c’è qualcuno che osa criticare dall’interno, meglio allontanarlo al più presto: con le buone o con le cattive.

La democrazia prospera, però, solo quando aumentano per le persone le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e il confronto, alla definizione delle priorità della vita pubblica, quando le persone usufruiscono di queste opportunità e quando gli apparati di partito non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose. Oggi, invece, sempre più, a parte lo spettacolo sempre più avvilente delle campagne elettorali, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e i gruppi che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici e finanziari. Gli interessi di una minoranza potente sono divenuti così ben più attivi dei cittadini comuni nel piegare il sistema politico ai loro scopi, mentre i dirigenti politici hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente attraverso la comunicazione, e gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestite dall’alto (con risultati sempre peggiori, se stiamo ai dati che ci hanno fornito le recenti elezioni siciliane).

Ciò tra l’altro ha provocato la riduzione dei politici a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro clienti per restare a galla. Le tecniche di manipolazione politica servono solo per conoscere l’opinione del pubblico senza che questo sia in grado di controllare il processo a proprio beneficio. Anche il sistema delle primarie escogitato dal centro-sinistra, e che a quanto pare sarà replicato adesso anche dal centro-destra, non è nulla più di un evento mediatico che serve unicamente a celebrare una leadership già assegnata dai partiti politici.

Il punto è che, mentre le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica diventano sempre più sofisticate, il contenuto dei programmi e le caratteristiche delle rivalità tra i partiti sempre più vaghi e indefiniti. E anche la discussione che conduce alle primarie di domenica prossima per scegliere il candidato primo ministro del centro-sinistra si è celebrata unicamente intorno alle tattiche della politica (Casini sì o no, Di Pietro sì o no, rottamatori o usato sicuro?), tralasciando completamente di interrogarsi su quale progetto di sviluppo per l’economia e la società mettere in campo (non parliamo di bioeconomia) e di come coinvolgere in questo progetto i cittadini e le cittadine.

Conseguenze: lo stato sociale diventa residuale, destinato al povero bisognoso piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello stato come poliziotto e carceriere, non si investe in ricerca e innovazione, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, gli interessi particolari vengono tradotti in linee di condotta politica generale e i poveri smettono mano a mano di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare.

Un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta. Nelle società più chiaramente orientate al mercato verso le quali ci stiamo evolvendo, la disuguaglianza di reddito e la povertà relativa o persino assoluta crescono nettamente. Il nuovo mercato del lavoro rende l’esistenza insicura per quello che i sociologi definiscono il terzo inferiore della popolazione attiva. E cresce la percentuale del nuovo terziario dei servizi che comporta lavori sporchi e pericolosi. Ma i moderni problemi del lavoro non sono più confinati soltanto al terzo inferiore della popolazione.

Come uscirne? Oggi – per dirla con il Wilhelm Meister di Goethe – non è più “tempo di agire per pensare ma di pensare per agire”.

Felice Amori

Accordo tra Faurecia e Mitsubishi Chemical per la bioauto

Faurecia e Mitsubishi Chemical hanno firmato una partnership per lo sviluppo e la produzione entro il 2014 di una bioplastica da impiegare negli interni delle automobili. A renderlo noto sono le due società, che si muoveranno attraverso una joint venture con la thailandese PTT per l’avvio di un impianto di PBS (Polibutilene succinato) con una capacità produttiva di 20mila tonnellate all’anno in Thailandia.

La francese Faurecia, uno dei più grandi gruppi mondiali per la componentistica per l’industria automobilistica,  aveva già avviato nel 2006 un progetto denominato BioMat per la produzione di bioplastiche da materiali naturali. Oggi arriva la partnership con i giapponesi di Mitsubishi con lo scopo di sviluppare una gamma completa di bioplastiche per gli interni delle autovetture. Secondo le stime del Gruppo parigino, l’impiego di queste plastiche di derivazione biologica sarà protagonista di un vero e proprio boom nel periodo tra il 2015 e il 2020.

I vincoli ambientali, associati alla riduzione del peso dei veicoli e alla nuova regolamentazione europea che mira ad aumentare la riciclabilità dei materiali utilizzati nel settore automobilistico (85% in Europa entro il 2015) spingono infatti verso l’impiego di nuovi materiali derivati da risorse naturali, al posto della plastica derivata dal petrolio. L’iniziativa franco-giapponese mira in questo senso a garantire che i materiali utilizzati abbiano un impatto positivo sull’intero ciclo di vita del prodotto: dall’estrazione iniziale fino allo smaltimento.

Entrando nei dettagli, obiettivo condiviso di Faurecia e Mitsubishi Chemical è lo sviluppo di un biopolimero (il polibutilene succinato) che può essere utilizzato nella produzione di massa delle parti interne delle auto, attraverso l’impiego di acido succinico bio-based fornito dalla società francese biotech BioAmber. Gradualmente, secondo i due gruppi industriali, si arriverà all’impiego del 100% di materiali di derivazione biologica nelle autovetture. Faurecia deterrà i diritti esclusivi per le applicazioni automotive dei nuovi biopolimeri.

Nicolas Pechnyk, Vice Presidente per l’Ingegneria di Faurecia Interior Systems, è convinto che “questo accordo strategico con Mitsubishi Chemical farà di Faurecia il primo fornitore dell’industria automobilistica di plastiche bio-based  al 100%, prodotte in massa”. “Siamo fiduciosi – ha sottolineato Pechnyk – che l’impiego di questa tecnologia porterà alla sostituzione totale delle plastiche oil-based con plastiche bio-based. E’ questo il caposaldo della nostra strategia Bioattitude”.

Felice Amori

L’editoriale

Eccoci. Ci siamo anche noi. Nella blogosfera è arrivato Il Bioeconomista, il primo sito italiano interamente dedicato alla bioeconomia. Vogliamo rappresentare il mondo in movimento ma non vogliamo essere – e non vogliamo che lo siano i nostri lettori – semplici spettatori del movimento che descriviamo. Il Terzo millennio da poco cominciato ci lancia delle sfide che dobbiamo cogliere per essere protagonisti di una nuova rivoluzione industriale. Dopo quella trainata dal vapore nel 700, quella del petrolio nell’800 e quella tecnologica del 900, nel 2000 la rivoluzione industriale sarà spinta dalle risorse biologiche, nel segno di uno sviluppo sostenibile delle economie mondiali che in qualche modo – corsi e ricorsi della storia – ci farà tornare da dove siamo partiti, ovvero a una civiltà più attenta all’equilibrio della natura.  Senza rinunciare al progresso.

Il giornalismo storicamente ha sempre accompagnato ogni rivoluzione, perché era espressione di idee, laboratorio del progresso, che superava ogni censura. L’ampia diffusione del giornalismo indipendente fu un fenomeno caratteristico degli inizi dell’Ottocento in tutta Europa. I mutamenti economici manifestatisi in quel periodo erano seguiti con attenzione e continuamente commentati da una pleiade di pensatori, che si servivano dei giornali per riferire i fatti ed esprimere le loro opinioni. Fu così che anche in Italia si poté manifestare un movimento di idee parallelo al movimento che si manifestava nella vita sociale ed economica, che poi avrebbe portato al Risorgimento.

Il Bioeconomista vuole tornare a quel tipo di giornalismo: descrivere il cambiamento ed esserne protagonista in modo indipendente. In quest’ottica prendiamo con i lettori un impegno chiaro:

– questo blog è aperto a tutti i commenti

– non troverete mai immagini di donne o uomini ammiccanti, titoli equivoci o tutto quanto possa servire ad attrarre ad arte la vostra attenzione

– non vi capiterà mai di trovare finti articoli redazionali (le cosiddette “marchette”)

Il vostro contributo per diffondere il blog e farlo vivere sarà fondamentale.

MB

Clib2021: storia di un cluster che funziona

L’Europa guarda al 2020? Be’, qui siamo già oltre. Il domani si progetta per tempo e il Cluster delle biotecnologie industriali di Düsseldorf si proietta all’anno successivo, mettendolo bene in chiaro fin dalla sua denominazione. Clib 2021 (Cluster Industrielle Biotechnologie) è la storia di un cluster che funziona, mettendo insieme l’eccellenza tedesca nel campo della ricerca e sviluppo, della produzione e della commercializzazione in tutti i settori che compongono la bioeconomia.
La grande industria germanica è presente in massa: Altana, Basf, Henkel, Evonik, Lanxess, Bayer. Ma anche più di una quarantina di PMI, università e centri di ricerca del calibro del Fraunhofer, associazioni, banche e venture capital (perché la ricerca va sostenuta finanziariamente). E non solo tedeschi, visto che tra i membri del cluster si trova anche l’Istituto di Biochimica A.N. Bach dell’Accademia Russa di Scienze, con cui Clib ha attivo dal 2010 un programma di coordinamento di progetti scientifici in campo biotecnologico.
Il cluster è infatti un soggetto autonomo, che richiede una quota di partecipazione ai propri membri differenziata in base alla capacità contributiva e che è in grado anche di generare un proprio fatturato.
Clib2021 nasce nel 2007, quando la cordata della regione del Nord-Reno Vestfalia vince il bando promosso dal ministero per la Ricerca e l’Innovazione federale. Nell’aprile 2009 nasce il Clib-Graduate Cluster, una iniziativa congiunta di tre università del cluster: TU Dortmund, Bielefeld e Heinrich Heine di Düsseldorf. “Si tratta – spiega Tatjana Schwabe, responsabile scientifica di Clib – di un’iniziativa di dottorato finalizzata a stringere ancora più strettamente le relazioni tra accademia e industria. La ricerca nei tre atenei coinvolti è orientata verso le problematiche che interessano le imprese, e il coinvolgimento delle imprese nell’educazione degli studenti è parte fondamentale. Il programma dura tre anni e prevede 3 mesi di stage degli studenti in una delle società che fa parte del cluster. Gli 84 studenti che fanno parte di Clib-GC sono stati scelti tra oltre 2000 candidati da tutto il mondo, le lezioni sono in inglese e la ricerca si muove principalmente nei campi delle biotecnologie industriali, analisi genomica, espressione delle proteine e  biocatalisi. Complessivamente il progetto è finanziato con 7,2 milioni di euro, 4,1 milioni messi dal ministero dell’Innovazione, della Scienza e della Ricerca della regione del Nord-Reno Vestfalia, il resto dalle tre università promotrici e dalle aziende di Clib2021”.
Il primo studente del Clib-Graduate Cluster a laurearsi è stato, lo scorso 14 giugno, Patrick Schwientek dell’Università di Bielefeld. Con questo progetto interuniversitario, Clib2021 conta di formare i futuri biotecnologici e ingegneri biochimici chiamati a guidare l’industria tedesca.
Da Düsseldorf a Berlino, la Germania non sta ferma a guardare in tema di bioeconomia. Bioindustria 2021 ha rappresentato l’origine di Clib2021, quando il cluster renano fu il prescelto tra cinque candidati al bando federale e si aggiudicò subito fino a 20 milioni di euro di fondi pubblici.
Nel 2011 il ministero federale per la Ricerca e l’Innovazione ha lanciato la strategia “Bioeconomia 2030”, in cui viene delineato il percorso nazionale per l’approdo a un’economia post-petrolifera, grazie all’uso delle risorse rinnovabili e delle biomasse e si dà vita al Consiglio federale per la bioeconomia, un organismo chiamato ad elaborare proposte da sottoporre al governo centrale. Nell’aprile del 2011 è arrivato il primo bando federale nell’ambito di “Bioeconomia 2030”. Industria e accademia sono stati chiamati a costituire alleanze strategiche lungo tutta la filiera della bioeconomia, per ricevere finanziamenti federali.
Sempre nel 2011 sono stati emanati due bandi nell’ambito della strategia “Biotecnologia 2020+” che punta a favorire cooperazioni di lungo termine tra università e centri di ricerca. E da ultimo, con BioChance, sono stati messi a disposizione fondi ulteriori per attrarre in Germania PMI innovative nel campo biotecnologico.
La Germania è un modello, questo sembra evidente. Del resto proprio “Bioeconomia 2030” e la costituzione del Consiglio federale per la bioeconomia hanno avuto un effetto significativo sulla discussione europea, accelerando il lancio della stessa strategia dell’Unione “Innovation for Growth – A Bioeconomy for Europe” lo scorso febbraio. A sottolinearlo è Alfred Puehler, docente di Genetica all’Università di Bielefeld e membro del Consiglio per la bioeconomia, il quale sottolinea anche come sia “essenziale promuovere la ricerca internazionale, e la Germania non deve solo aspettare i passi dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di provare e iniziare progetti di ricerca bilaterali di alto livello tra la Germania e altri paesi. Clib2021 ha già intrapreso questo strada cooperando con Russia, Canada e Brasile”.
Il prossimo 24 ottobre a illustrare in Italia l’organizzazione e i progetti di Clib2021 sarà Manfred Kircher, presidente del consiglio di sorveglianza del cluster, che interverrà alla tavola rotonda di IFIB 2012 (Palazzo Turati, Milano)) intitolata “Come sostenere la crescita bioeconomica in Europa”. I tedeschi sembrano avere le idee molto chiare al riguardo. Attendiamo qualcosa di nuovo sul fronte italiano.

Mario Bonaccorso

Ma dove sono gli italiani?

Quasi 450 delegati e solo 2 provenienti dall’Italia. È questo il dato che fotografa la presenza italiana al Forum europeo per le biotecnologie industriali e la bioeconomia che si è tenuto a Düsseldorf dal 16 al 18 ottobre. Quale il motivo di questa poco significativa presenza a un evento così importante nell’area della bioeconomia? Abbiamo provato a chiederlo agli unici due italiani presenti.
Sergio Amari è l’amministratore delegato della B&T srl, una PMI dell’area monzese specializzata nella produzione di materie prime per l’industria cosmetica. “Per me – ci dice Amari – non è la prima volta ad Efib. Ho già partecipato alle due edizioni precedenti, con l’obiettivo di valutare le possibilità di utilizzo delle biotecnologie nel settore cosmetico. Ho potuto constatare che il biotech è un’opportunità di innovazione del nostro business che ci consente anche di andare verso la sostenibilità”.
“In effetti sono stupito della limitatissima presenza italiana a Efib, ma credo che ciò sia da collegare al fatto che poche aziende fanno ricerca nel campo cosmetico in Italia. Purtroppo a livello di R&S nel nostro paese le imprese sono penalizzate”.
Già il settore cosmetico, e gli altri? E le grandi imprese? “Credo – risponde Amari che l’assenza delle grandi imprese sia legata al conservatorismo, all’assenza di visione. In Italia si va al traino e oggi forse non si sono ancora comprese le enormi potenzialità delle biotecnologie. Io torno da Düsseldorf con due-tre contatti molto utili per la mia azienda. Uno di questi è con la Lanxess, che ci fornirà un enzima per la nostra produzione”.
Massimo Iacobelli è il secondo italiano presente a Efib. Ex direttore medico della società biofarmaceutica Gentium, oggi è il direttore generale della Techitra Srl, una società di technology transfer. “Dal mio punto di vista – ci dice Iacobelli – è da sottolineare l’assenza delle imprese – ma forse per le PMI il costo di partecipazione può essere un ostacolo grosso in questo periodo di crisi (sui 1500 euro, ndr) – ma quella che pesa soprattutto è l’assenza delle istituzioni, ministeri competenti, camere di commercio, che dovrebbero avere il compito di tracciare le linee di sviluppo del paese. Qui in Germania, l’Europa sta discutendo di questo. Non c’è solo l’industria, ma anche i governi e non solo europei. L’assenza italiana è davvero un brutto segnale”.
A tirare su il morale va segnalato che una presenza dell’Italia è stata garantita da due speaker della conferenza di grande peso: Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, che ha partecipato a una tavola rotonda sulle politiche per una bioeconomia europea competitiva con altri capi di aziende europee e non solo, e Michele Rubino, rappresentante di Beta Renewables, la joint venture tra Chemtex Italia (Gruppo Mossi & Ghisolfi) e il fondo americano Texas Pacific Group, che ha presentato la bioraffineria di Crescentino per la produzione di bioetanolo da lignocellulosa. La più grande al mondo.

Mario Bonaccorso

L’industria europea punta decisa sul biotech

Si sono dati tutti appuntamento a Düsseldorf. Circa 450 delegati e, scorrendo la lista dei presenti all’edizione di Efib che si è tenuta dal 16 al 18 ottobre, si capisce l’importanza che le biotecnologie hanno oggi per i grandi gruppi industriali. Il business del futuro è qui, nel biotech. Bayer, Basf, BP, DSM, Dupont, Evonik, Henkel, Solvay, Total, Unilever sono solo alcune delle realtà presenti, certamente le più famose.
Tim O’Connel è il responsabile biotech del colosso chimico Henkel, un fatturato mondiale superiore a 15,6 miliardi di euro nel 2011, con le divisioni Adesivi, Cosmetici e Detersivi. “Il mio lavoro – spiega O’Connell – è analizzare e valutare la qualità di tutti gli enzimi e gli ingredienti biotecnologici in Henkel. L’attenzione di Henkel verso la biotecnologia va inquadrata nell’“ambizione semplice, ma impegnativa, di ottenere di più con meno e triplicare la nostra efficienza entro il 2030. Quest’obiettivo ci impone di anticipare nuove soluzioni e mettere in discussione il modo in cui conduciamo l’attività e le operazioni. Nella strategia di Sostenibilità 2030 stiamo rafforzando la nostra solida tradizione e i fattori che ci hanno procurato successo in passato. Siamo convinti che a lungo termine la sostenibilità sia essenziale per la prosperità futura dell’azienda”. La strategia “Sostenibilità 2030” di Henkel è una strategia a lungo termine per affrontare una delle sfide centrali che attendono l’industria nei prossimi anni: sganciare la crescita dal consumo di risorse.
Verso il biotech e la bioeconomia è molto forte anche l’interesse di Total, il gigante energetico francese con 186,4 miliardi di euro di fatturato nel 2011. Come dimostra la presenza massiccia di manager della società parigina a Düsseldorf. Cristina Feirrera si occupa di R&S per nuovi processi biotech, Marc Gillman è il capo della Divisione Bioenergie e Sviluppo agricolo, Pierre-Emmanuel Beliard lavora nella Divisione Nuove energie.
Manoelle Lepoutre è una dei vicepresidenti esecutivi della società, con l’incarico su Sviluppo sostenibile e ambiente. “L’obiettivo di Total – spiega Lepoutre – è fornire energia al maggior numero possibile di persone. Con una popolazione mondiale destinata a raggiungere i 9 miliardi nel 2050, si stima che la domanda media di energia crescerà dell’1% nei prossimi anni. Per questo motivo, Total crede e partecipa allo sviluppo di nuove energie, in particolare da biomasse e solare fotovoltaico. Dobbiamo fornire più energia e ridurre l’impatto sull’ambiente. Nel 2030 arriveremo ad avere una percentuale sul totale di energia da fonti fossili del 75%, mentre oggi siamo all’81%. Per fare questo dobbiamo investire in tecnologia per avere prodotti innovativi. Ben 7 miliardi di dollari del nostro budget in R&S saranno dedicati a queste tematiche dal 2010 al 2015: nuove energie ma anche maggiore efficienza energetica e riduzione dell’impatto potenziale sull’ambiente”.
Evonik ha annunciato un investimento di 350 milioni di euro fino al 2014 per la produzione di un aminoacido biotech (L-Lysin) che sarà impiegato nel mercato mangimistico mondiale. Secondo Patrik Wohlhauser, membro del consiglio di amministrazione del gruppo tedesco delle specialità chimiche che ha chiuso il 2011 con un fatturato di 14,5 miliardi di euro, “le biotecnologie offrono in diversi settori di business opportunità interessanti per la crescita futura dei profitti e per il rafforzamento della nostra strategia di crescita sostenibile. Nel medio termine l’obiettivo aziendale è di raggiungere nel comparto Salute e Nutrizione un giro d’affari da prodotti biotech di un miliardo di euro”. A dimostrazione delle opportunità di crescita messe a disposizione dalle nuove applicazioni biotecnologica, dalla Evonik fanno presente come negli ultimi due anni il team addetto al biotech attivo nello stabilimento di Halle-Künsebeck sia raddoppiato fino alle 100 unità.
Insomma, sembrerebbe vera l’equazione che più investimenti in innovazione equivalgono a più crescita economica e più opportunità di lavoro qualificato.

Mario Bonaccorso

A Düsseldorf l’Europa gioca di squadra. Ma servono regole chiare

Collaborare per competere, giocare di squadra. È questo il messaggio principale che arriva da Düsseldorf, dove si è appena conclusa la quinta edizione del Forum europeo per le biotecnologie industriali e la bioeconomia (Efib). Industria, Pmi, università, centri di ricerca e istituzioni devono fare sistema per affrontare e vincere le sfide che pone all’umanità il terzo millennio: l’aumento della popolazione mondiale, l’urbanizzazione crescente – 5 miliardi di essere umani vivranno in città nel 2030, ha sottolineato Bernd Muller Rober, esponente del Consiglio tedesco per la bioeconomia, l’approdo a una società post-petrolifera, i cambiamenti climatici. L’Unione europea – ha assicurato Rudolf Strohmeier, direttore generale della DG Ricerca e Innovazione della Commissione europea – farà la propria parte, non solo favorendo le partnership pubblico-privato, ma anche mettendo sul tavolo 80 miliardi di euro per Horizon 2020 (i programmi di ricerca dal 2014 al 2020), di cui 4,6 miliardi per la bioeconomia e 600 milioni  per il biotech, considerata una strategia chiave per l’industria del futuro.
A dimostrazione della forza delle alleanze per competere, Efib è stata l’occasione per mettere in vetrina joint venture già attive o partnership tra aziende europee e non solo, perché le alleanze – altro messaggio che lancia la tre giorni di Düsseldorf – dall’Europa dovranno muoversi verso gli altri continenti, in una logica di filiera non solo verticale (agricoltura, industria, commercio) ma anche orizzontale. Ecco quindi che la Coca Cola Company diventa partner di Avantium, uno spin-off del colosso anglo-olandese Royal Dutch Shell, con l’obiettivo di realizzare entro il 2020 il 100% di bottiglie di plastica bio-based (l’impatto ambientale considerato il volume di vendite delle bevande Coca Cola sarebbe davvero rilevante).
La francese Roquette e l’olandese Dsm hanno dato vita a Reverdia, una joint venture per la produzione di acido succinico bio-based da impiegare in diversi comparti industriali. Il progetto interessa l’Italia, perché la bioraffineria di Reverdia è localizzata a Cassano Spinola, in provincia di Alessandria.
Secondo Will van den Tweel, direttore generale di Reverdia, “le alleanze tra imprese sono la chiave per il successo sul mercato, perché consentono di coniugare forti esperienze in diversi campi di attività con solidi team commerciali.
“Ciò che chiediamo all’Unione europea e agli Stati – sottolinea Marcel Wubbolts, Chief Technology Officer di Dsm – è una stabilità del quadro legislativo, con standard determinati, da cui non si torni indietro”.
“Negli Stati Uniti – fa presente Wubbolts – Dsm ha appena realizzato un investimento di 250 milioni di dollari per produrre bioetanolo di seconda generazione, perché il Renewable Fuel Standard (programma creato nel 2005 all’interno dell’Energy Policy Act) dà certezze alle imprese con obiettivi chiari, come quello di realizzare entro il 2022 7,8 miliardi di galloni di bioetanolo da residui di piante di mais”.
“Non è un caso – chiude il manager olandese – che insieme a Dsm altri gruppi europei, come Novozymes, BP e Chemtex, abbiano deciso di investire negli Stati Uniti: qui nel 2011 l’etanolo ha dato un contributo al Pil di 42,4 miliardi di dollari e l’industria delle energie rinnovabili ha creato complessivamente 400mila nuovi posti di lavoro. Alla  base di questi numeri ci sono politiche che favoriscono la sperimentazione e la tecnologia, l’ottima logistica e la presenza di investitori”.

Mario Bonaccorso