Ecco perché serve un piano nazionale per la bioeconomia

ministero del lavoroDue milioni e 870mila disoccupati in Italia (un tasso dell’11,1%). Un record dal quarto trimestre 1992. La disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) ha raggiunto il 36,5%, il massimo storico. Ma la disoccupazione non fotografa con precisione la situazione del mercato del lavoro, perché non include cassintegrati, inoccupati, sotto-occupati e scoraggiati (quelli – sempre di più – che un lavoro hanno smesso di cercarlo). Per questo motivo in Europa si guarda al tasso di occupazione. Consapevole di questo, il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 22 novembre ha affermato durante un incontro al Club Canova, che “il numero di persone in difficoltà con il lavoro probabilmente supera i 7 milioni”. Un numero gigantesco, anche perché significherebbe 7 milioni di famiglie. E oggi il ministro Patroni Griffi ha reso noto che i precari nella Pubblica Amministrazione sono 260mila.

Altro dato da sottolineare è l’occupazione femminile: in Italia è al 47,2%, contro una media europea al 58,6%. E pensare che l’Agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato l’obiettivo di un’occupazione femminile al 60% entro il 2010. Ma soprattutto che le donne ottengono risultati scolastici e titoli di studio migliori rispetto agli uomini (anche in corsi di studio tradizionalmente a prevalenza maschile).

Ispirandoci a Ennio Flaiano, possiamo dire che la situazione in Italia è grave e in questo caso è anche molto seria.  Con la netta e avvilente sensazione che il nostro paese abbia perso quasi vent’anni a discutere del nulla, a consolidare rendite di posizione, senza investire per innovare e creare nuova occupazione. E senza riformare il sistema di welfare per tutelare i nuovi lavori flessibili che le legislazioni di destra e di sinistra hanno via via introdotto.

Lo scorso marzo a Copenaghen, nel corso della Conferenza sulla bioeconomia promossa dalla Presidenza danese dell’Unione europea, è emerso un messaggio su tutti: una delle chiavi, o forse l’unica chiave, per creare nei prossimi anni in Europa nuova occupazione, in un quadro di crescita economica sostenibile, è la bioeconomia. L’Europa ha chiamato i paesi europei all’azione per dotarsi ciascuno di un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Ma mentre paesi come la Germania, l’Olanda, la Danimarca, l’Irlanda e persino la Repubblica Ceca hanno provveduto, e altri come la Francia stanno provvedendo, l’Italia si dimostra latitante. Eppure abbiamo tre imprese prese a modello dalla stessa Europa: Novamont, Mossi & Ghisolfi ed ENI. E altre piccole e medie imprese che dimostrano di essere in crescita, come nel caso di Bio-On, una piccola-media impresa emiliana che è proprietaria del know-how per la produzione di PHAs (polidrossialcanoati) riconosciuti come i migliori biopolimeri del futuro.

Il piano nazionale per la bioeconomia altro non è che una nuova strategia di  politica industriale-ambientale, che ai livelli odierni di disoccupazione è assolutamente urgente, capace di guardare al breve, al medio e al lungo periodo. Un nuovo paradigma che sostenga la ricerca universitaria, l’innovazione pubblica e privata, i processi di internazionalizzazione e le reti di imprese, partendo dal presupposto che la disoccupazione oggi non è più soltanto un effetto collaterale della crisi ma la sua stessa causa.  Proprio così: se non riparte subito l’occupazione è difficile pensare che possa ripartire l’economia nel nostro paese.

La bioeconomia in Italia offre già esempi virtuosi. Uno di questi è il progetto Novamont a Porto Torres, che prevede la riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie di terza generazione e si regge sull’integrazione tra agricoltura, chimica, industria e ricerca. In Sardegna, Matrìca, la joint-venture Novamont-Versalis, è impegnata nella costruzione di sette impianti entro il 2016 attraverso  fasi industriali per la produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti, elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli) derivate da aridocolture autoctone a basso input (senza acqua irrigua, fertilizzanti e pesticidi) su terreni non utilizzabili per produrre alimenti. Un investimento complessivo di oltre 500 milioni di euro che, ripartendo dalla ricchezza delle risorse del territorio e dalla vocazione agricola locale, porterà lavoro e crescita in una delle Regioni italiane più gravemente toccate dalla crisi e dalla disoccupazione.

Qualunque sarà il prossimo governo che si insedierà nel 2013, è evidente che il tema dell’occupazione dovrà essere il primo, più urgente, punto della sua agenda politica.

Mario Bonaccorso

Novamont cresce nella bioeconomia: conclusa l’acquisizione di un ramo d’azienda di Tecnogen


novamontNovamont ha portato a termine l’acquisizione di un ramo d’azienda di Tecnogen, il centro di ricerca sulle biotecnologie controllato da Sigma Tau Finanziaria e da mesi in liquidazione. 

In base ai termini dell’accordo, “il ramo d’azienda rilevato da Novamont è costituito dallo stabilimento di Piana Monte Verna (in provincia di Caserta), dalle immobilizzazioni materiali e dalle autorizzazioni, dalle licenze e dai permessi non afferenti all’attività farmaceutica”, spiega una nota diffusa da Novamont.

Grazie all’accordo con le rappresentanze sindacali, inoltre, dodici lavoratori verranno subito riassorbiti dall’azienda novarese e altri sei, disponibili al trasferimento, potranno essere assunti nello stabilimento di Adria-Bottrighe della controllata Mater Biotech quando verrà attivata la prima produzione di 1,4 biobutandiolo.

“Con questa operazione intendiamo aumentare la massa critica per affrontare con massima determinazione la prima fase della piattaforma biotecnologica Novamont, destinata a far crescere ulteriormente la società, attraverso una maggiore integrazione tra processi chimici e biotecnologie industriali”, ha dichiarato Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont.

La piattaforma biotecnologica Novamont può contribuire a far ripartire un settore industriale strategico come quello chimico, coinvolgendo il territorio in un processo di innovazione che contribuisca in modo determinante al rilancio del sistema economico e alla creazione di valore per l’intero paese. Il ruolo di “infrastruttura tecnologica” in tale settore potrà aiutare a creare le condizioni per un effetto positivo non solo sul comparto ma anche su tutta l’industria a valle e sull’agricoltura.

“La chiusura di Tecnogen avrebbe comportato la perdita di uno straordinario patrimonio di impianti e tecnologie per lo sviluppo di processi fermentativi e la dispersione di importanti competenze e conoscenze maturate in questi anni sul territorio campano. La nostra iniziativa ha l’ambizione di voler dimostrare che il nuovo settore della bioeconomia basato sull’innovazione continua può accelerare lo sviluppo, sapendo utilizzare per la crescita del paese competenze altrimenti disperse”, ha concluso Bastioli.

L’acquisizione del ramo d’azienda di Tecnogen segue di alcuni mesi quello dell’ex impianto BioItalia di Adria-Bottrighe dove, in partnership con la statunitense Genomatica, entro la fine del 2013 entrerà a regime per uso captive, per Novamont e i suoi partner, la prima produzione al mondo su scala industriale del bio-butandiolo da fonti rinnovabili, un intermedio chimico sinora ottenuto solo da fonti fossili e caratterizzato da elevatissima domanda per una vasta gamma di applicazioni (tessile, elettronica, automotive, ecc.).

Evonik: the future of Chemical industry is eco-sustainable

“The chemical industry has the potential to play a key role in a sustainable economy. Already in this particular economic phase, the use of alternative feedstock in the chemical industry is gaining importance in light of increasing oil prices and finite fossil resources”. To say it, in this interview with Il Bioeconomista is Achim Marx, top manager of Evonik with the responsibility to follow the business of the Bioeconomy, together with his collegue Henrike Gebhardt, Senior Project manager for bioeconomy. To many people the name Evonik will bring to mind the main sponsor of Borussia Dortmund, the German football team that in its qualifying round of the Champions League has left behind great teams such as Real Madrid, Manchester City and Ajax. The company based in Essen is one of the world’s largest industrial chemical groups: 33 thousand employees around the world with a turnover of about 15 billion euro. His business is in specialty chemicals, real estate and energy.

Interview by Mario Bonaccorso

Evonik is one of the major chemical group in Europe that invests strongly in bioeconomy. What’s the role of biological resources for the sustainability of the chemical industry?

AM: In my opinion the chemical industry will remain primarily petrochemical-based until roughly 2030 to 2050, due primarily to the cost and limited availability of biomass. Nevertheless, using renewable raw materials such as sugar or plant waste reduces producers’ dependence on petrochemical feedstocks, thereby ensuring access to raw materials. Critical here is that biotech and chemical processes both be economical. Sustainability of a given biological process has to be verified as well. Evonik delivers high-performance products to its customers. An important performance attribute is sustainability, and the life cycle assessment characteristics for Evonik’s amino acids and bio-based polyamides are outstanding. Another important benefit to the customer is global supply security. Our customers highly value Evonik’s global amino acid supply network and long tradition of using industrial biotechnology for large-scale production of feed amino acids. The use of alternative feedstock in the chemical industry is gaining importance in light of increasing oil prices and finite fossil resources. Although our industry will remain predominantly petrochemical-based in the coming decades, there is enormous potential for increasing the use of bio-based feedstock—not only for producing specialty chemicals but also as the key building blocks of high-volume chemicals. The ability of all the actors to go the full innovation cycle – from research to market deployment – will be a key factor in determining success.

And for the future of a reality such as Evonik?

AM: Biotechnology is a future-oriented technology and, therefore, an integral part of Evonik’s growth strategy. Evonik has been active in the bioeconomy for decades. Our company’s portfolio comprises amino acids and derivatives, active pharmaceutical ingredients (APIs), (bio)catalysts/products for the production of biofuels and platform chemicals, bio-based polyamides, bio-based polyester polyols for coatings/adhesives, active cosmetic agents, emollients, etc.

How much does Evonik invest in biotech R&D as percentage of the total turnover? What’s your plan on bioeconomy for the next years?

HG: With biotechnology, Evonik continuously improves the Group’s existing products, develops new products, and designs more efficient and sustainable manufacturing processes. Last year Evonik spent €365 million on research and development therefore more than €30 million in biotech R&D. In our Science-to-Business Center Biotechnology at the Marl site, Germany, research in “white biotechnology” focuses on two aspects: developing sustainable production processes such as fermentation and biocatalysis, and synthesizing bio-based materials that possess superior properties or present a significant cost advantage. The Science-to-Business Center Biotechnology is divided into four competence areas: Synthetic Pathways, Bio-Product & Process Development, Portfolio Development, and Networks Industrial Biotechnology. Currently, the Center devotes its research to the development of high-performance plastics, as well as to the manufacture of ingredients for cosmetics, such as anti-aging products. Projects of the Science-to-Business Center Biotechnology have been financially supported by the state of Nordrhein-Westfalen and co-financed by the European Union.

Meanwhile, you have also presented a development plan in the field of Health and Nutrition, right?

AM: Yes, Evonik’s Health & Nutrition business unit is active in biotechnological research and development. The business unit’s strengths are in metabolic engineering and in developing fermentative and enzymatic production processes. The Process Technology & Engineering service unit provides Health & Nutrition with support for designing processes and building facilities and facility components. In addition, Health & Nutrition operates a global network of production facilities of varying size, scope and specialization. They allow us to make specialty products for the pharmaceutical industry as well as high-volume products for nutrition applications. In the Health & Nutrition Business Unit alone Evonik is hoping for sales of €1 billion over the medium term for products made using biotechnology.

Give us some examples…

HG: Evonik will be investing some €350 million by 2014 to expand its Biolys® business. An amino acid used in animal feeds, Biolys® is a source of L-lysine produced via fermentation. Investments include construction of new L-lysine plants in Brazil and Russia capable of producing nearly 200,000 metric tons each year as well as a recently finished production expansion to 280,000 metric tons per year at its Blair site in North America. The new facilities are in line with the health and nutrition megatrends. As the world’s population grows, so does the demand for meat, fish, dairy, and eggs. As a consequence, feed production is increasingly relying on amino acids to supplement feed. Biolys®,a biotechnology product made from renewable resources, is globally known as a highly effective source of L-lysine for animal feed, which helps sustainably reduce costs in feed production and animal breeding. It also benefits the environment: in a life-cycle analysis certified by TÜV Rhineland, Evonik documented that supplementing the protein supply in animal feed with Biolys® is a particularly environmentally sound concept for adequate, healthy animal nutrition.

As far as Evonik’s concerned, is the Bioeconomy, together with Green Economy, the right answer to the challenges of the third Millennium?

AM: Developing a “green economy” was one of the key topics at the Rio+20 Conference, and with good reason. I feel that both issues – sustainability and efficiency – are important concerns for bio-based chemicals and are in no way contradictory. A sustainable economy does indeed need to look at the possibility of increasing bio-based elements. The chemical industry has the potential to play a key role in a sustainable economy. Evonik specialty chemicals activities focus on high-growth megatrends. The megatrends resource efficiency, health and nutrition, and globalization are the translation of the future needs of a growing, ageing, and global population. The Bioeconomy will have a key role in supporting the development of innovative products and technical solutions to answer these challenges.

(the Italian version of this interview is published on affaritaliani.libero.it/green)

 

 

Tra bioeconomia e politica in tempi di primarie

E’ ambizioso porsi l’obiettivo che un gran numero di persone si interessi al dibattito politico e concorra a stabilire i programmi politici, anziché rispondere passivamente ai sondaggi elettorali?

Certo oggi sono gli stessi partiti a porsi come “apparati di distanziamento delle persone dalla politica” (l’espressione è di Marco Revelli). Meglio per loro che la politica sia gestita in ambito ristretto, da chi la fa per professione ed è interessato a limitare a pochi, meglio se amici, la gestione dei posti di potere e di sottopotere. Se c’è qualcuno che osa criticare dall’interno, meglio allontanarlo al più presto: con le buone o con le cattive.

La democrazia prospera, però, solo quando aumentano per le persone le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e il confronto, alla definizione delle priorità della vita pubblica, quando le persone usufruiscono di queste opportunità e quando gli apparati di partito non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose. Oggi, invece, sempre più, a parte lo spettacolo sempre più avvilente delle campagne elettorali, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e i gruppi che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici e finanziari. Gli interessi di una minoranza potente sono divenuti così ben più attivi dei cittadini comuni nel piegare il sistema politico ai loro scopi, mentre i dirigenti politici hanno appreso a manipolare e guidare i bisogni della gente attraverso la comunicazione, e gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestite dall’alto (con risultati sempre peggiori, se stiamo ai dati che ci hanno fornito le recenti elezioni siciliane).

Ciò tra l’altro ha provocato la riduzione dei politici a qualcosa di più simile a bottegai che legislatori, ansiosi di scoprire cosa vogliono i loro clienti per restare a galla. Le tecniche di manipolazione politica servono solo per conoscere l’opinione del pubblico senza che questo sia in grado di controllare il processo a proprio beneficio. Anche il sistema delle primarie escogitato dal centro-sinistra, e che a quanto pare sarà replicato adesso anche dal centro-destra, non è nulla più di un evento mediatico che serve unicamente a celebrare una leadership già assegnata dai partiti politici.

Il punto è che, mentre le tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica diventano sempre più sofisticate, il contenuto dei programmi e le caratteristiche delle rivalità tra i partiti sempre più vaghi e indefiniti. E anche la discussione che conduce alle primarie di domenica prossima per scegliere il candidato primo ministro del centro-sinistra si è celebrata unicamente intorno alle tattiche della politica (Casini sì o no, Di Pietro sì o no, rottamatori o usato sicuro?), tralasciando completamente di interrogarsi su quale progetto di sviluppo per l’economia e la società mettere in campo (non parliamo di bioeconomia) e di come coinvolgere in questo progetto i cittadini e le cittadine.

Conseguenze: lo stato sociale diventa residuale, destinato al povero bisognoso piuttosto che parte dei diritti universali di cittadinanza, i sindacati vengono relegati ai margini della società, torna in auge il ruolo dello stato come poliziotto e carceriere, non si investe in ricerca e innovazione, cresce il divario tra ricchi e poveri, la tassazione serve meno alla redistribuzione del reddito, gli interessi particolari vengono tradotti in linee di condotta politica generale e i poveri smettono mano a mano di interessarsi al processo in qualsiasi forma e non vanno neppure a votare.

Un programma potenzialmente radicale e democratico rimane lettera morta. Nelle società più chiaramente orientate al mercato verso le quali ci stiamo evolvendo, la disuguaglianza di reddito e la povertà relativa o persino assoluta crescono nettamente. Il nuovo mercato del lavoro rende l’esistenza insicura per quello che i sociologi definiscono il terzo inferiore della popolazione attiva. E cresce la percentuale del nuovo terziario dei servizi che comporta lavori sporchi e pericolosi. Ma i moderni problemi del lavoro non sono più confinati soltanto al terzo inferiore della popolazione.

Come uscirne? Oggi – per dirla con il Wilhelm Meister di Goethe – non è più “tempo di agire per pensare ma di pensare per agire”.

Felice Amori

La locomotiva tedesca avanza grazie alla bioeconomia

Il 13% di tutti i dipendenti e quasi l’8% del Pil in Germania sono direttamente connessi  alla bioeconomia. A renderlo noto è  il Von Thünen-Institut, l’Istituto di ricerca per lo Sviluppo rurale, forestale e della pesca, che fa capo al ministero federale tedesco dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e della Protezione dei consumatori (BMELV è l’acronimo). I dati prendono in considerazione non solo lo sviluppo rurale, le foreste e la pesca, ma anche l’industria alimentare, del legno, della carta, del cuoio e tessile, così come parti dell’industria chimica e farmaceutica e dell’industria energetica. Tutti i settori, quindi, che compongono la bio-based economy.

“La nostra visione di sviluppo – fa sapere Robert Kloos, sottosegretario al BMELV – si basa su un’economia sostenibile derivante dal ciclo naturale. La molteplice offerta della bioeconomia può consentire di alimentare il mondo in modo sufficiente e sano e porre le fondamenta per la fornitura di nuovi prodotti di alta qualità e materie prime rinnovabili”.

L’indagine svolta dall’Istituto Von-Thünen è funzionale alla stesura di un documento di strategia che sarà inserito nella strategia nazionale tedesca “Bioeconomia 2030”, il piano politico federale presentato nel 2010 che traccia la strada verso una società e una economia bio-based in Germania.  Sì, perché in Germania la bioeconomia è da tempo al centro dell’attenzione del Governo federale e dei governi regionali, con una strategia a lungo termine che coinvolge le imprese, le università, i centri di ricerca e i numerosi cluster che sono stati costituiti nell’ultimo decennio. A confermarlo è il sottosegretario Kloos, secondo cui “la bioeconomia dà un contributo significativo per rispondere alle grandi sfide del nostro tempo: oltre alla sicurezza alimentare globale, pensiamo alla ricerca di alternative alla crescente scarsità di materie prime fossili e fonti di energia”.

“Il passaggio a fonti rinnovabili di energia e materie prime – aggiunge Kloos – è una soluzione a lungo termine senza alternative. Detersivi o giocattoli per bambini derivati dal petrolio non possono essere più la regola. Quando è tecnicamente fattibile, sostenibile ed economicamente redditizio, dobbiamo sostituire tutti i prodotti a base fossile con prodotti a base biologica. Così si riducono le emissioni di CO2 nocive e ci rendiamo economicamente indipendenti “.

Il BMELV ha già avviato in questo quadro nuove politiche e programmi di finanziamento per sostenere la ricerca su tecnologie innovative applicabili per il riutilizzo dei rifiuti e degli scarti agricoli. “La produzione di cibo è sempre la nostra priorità – sostiene Kloos – ed è per questo che vogliamo sfruttare in modo migliore i terreni, i rifiuti e tutto quanto può creare sinergie”.

Grazie alle alternative biologiche alle materie prime fossili, ci sono nuove prospettive e opportunità non solo per l’ambiente ma anche per lo sviluppo economico della Germania. Questo a Berlino sembra essere un concetto molto chiaro. Così come che per promuovere questo cambiamento serve anche una campagna informativa nei confronti dei consumatori: il BMELV da tempo ha avviato un programma di comunicazione con lo slogan “I nuovi prodotti: fatti dalla natura”. E sul sito del ministero è già possibile verificare per quali prodotti fossili esiste un’alternativa rinnovabile e sostenibile e quale è la fase di sviluppo delle alternative non ancora presenti sul mercato.

Marta Daria

Accordo tra Faurecia e Mitsubishi Chemical per la bioauto

Faurecia e Mitsubishi Chemical hanno firmato una partnership per lo sviluppo e la produzione entro il 2014 di una bioplastica da impiegare negli interni delle automobili. A renderlo noto sono le due società, che si muoveranno attraverso una joint venture con la thailandese PTT per l’avvio di un impianto di PBS (Polibutilene succinato) con una capacità produttiva di 20mila tonnellate all’anno in Thailandia.

La francese Faurecia, uno dei più grandi gruppi mondiali per la componentistica per l’industria automobilistica,  aveva già avviato nel 2006 un progetto denominato BioMat per la produzione di bioplastiche da materiali naturali. Oggi arriva la partnership con i giapponesi di Mitsubishi con lo scopo di sviluppare una gamma completa di bioplastiche per gli interni delle autovetture. Secondo le stime del Gruppo parigino, l’impiego di queste plastiche di derivazione biologica sarà protagonista di un vero e proprio boom nel periodo tra il 2015 e il 2020.

I vincoli ambientali, associati alla riduzione del peso dei veicoli e alla nuova regolamentazione europea che mira ad aumentare la riciclabilità dei materiali utilizzati nel settore automobilistico (85% in Europa entro il 2015) spingono infatti verso l’impiego di nuovi materiali derivati da risorse naturali, al posto della plastica derivata dal petrolio. L’iniziativa franco-giapponese mira in questo senso a garantire che i materiali utilizzati abbiano un impatto positivo sull’intero ciclo di vita del prodotto: dall’estrazione iniziale fino allo smaltimento.

Entrando nei dettagli, obiettivo condiviso di Faurecia e Mitsubishi Chemical è lo sviluppo di un biopolimero (il polibutilene succinato) che può essere utilizzato nella produzione di massa delle parti interne delle auto, attraverso l’impiego di acido succinico bio-based fornito dalla società francese biotech BioAmber. Gradualmente, secondo i due gruppi industriali, si arriverà all’impiego del 100% di materiali di derivazione biologica nelle autovetture. Faurecia deterrà i diritti esclusivi per le applicazioni automotive dei nuovi biopolimeri.

Nicolas Pechnyk, Vice Presidente per l’Ingegneria di Faurecia Interior Systems, è convinto che “questo accordo strategico con Mitsubishi Chemical farà di Faurecia il primo fornitore dell’industria automobilistica di plastiche bio-based  al 100%, prodotte in massa”. “Siamo fiduciosi – ha sottolineato Pechnyk – che l’impiego di questa tecnologia porterà alla sostituzione totale delle plastiche oil-based con plastiche bio-based. E’ questo il caposaldo della nostra strategia Bioattitude”.

Felice Amori

Novartis punta sulla bioeconomia in Malesia

Novartis punta sulla bioeconomia e investe in Malesia. Il colosso farmaceutico svizzero – secondo voci che arrivano da Kuala Lumpur, dove si è appena conclusa BioMalaysia, la più grande manifestazione biotech delle regione  – ha siglato un accordo con il Sarawak Biodiversity Centre per sviluppare nuovi farmaci da prodotti naturali microbici.

E’ quanto si legge in una nota della Malaysian Biotechnology Corporation, l’Agenzia di sviluppo delle biotecnologie che fa capo al Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione.  Novartis – stando alla nota  ministeriale – starebbe valutando non solo investimenti nel campo della drug discovery ma anche investimenti diretti in aziende biomedicali della Malesia.

La volontà della società di Basilea di investire ulteriormente in Malesia è emersa nel corso dell’ultima edizione di BioMalaysia, che si è tenuta a Kuala Lumpur dal 5 al 7 novembre, avendo come focus principale la creazione di ricchezza attraverso la bioeconomia nel paese asiatico, che si candida non solo a sede di investimenti di grandi imprese multinazionali europee e americane, ma anche come grande fornitore di biomassa per gli sviluppi enegetici futuri.

A testimonianza del grande impegno del governo della Malesia per lo sviluppo della bioeconomia, alla tre giorni di BioMalaysia ha partecpato anche il primo ministro, Tan Sri Muhyddin Yassin.

Franco Forte

Green o Bio, benvenuti nella nuova economia

Bioeconomy, Green Economy. Che sia Bio o che sia Green, l’economia di questo nuovo millennio non potrà più essere come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi: dovrà utilizzare le risorse biologiche e le energie pulite per essere sostenibile. Potremmo forse solo dire Economia, nella consapevolezza che dalla strada intrapresa non si può tornare indietro. Fra qualche decennio – ci auguriamo – non ci sarà più bisogno di aggettivi. In questo senso gli Stati Generali della Green Economy che si sono tenuti a Rimini dal 7 all’8 novembre sono una buona notizia anche per la Bioeconomy, perché non solo si sono occupati delle energie da biomasse ma soprattutto hanno tracciato una direzione condivisa verso una società post-petrolifera. La presenza del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, danno un segnale importante che almeno a Palazzo Chigi in questo momento ci sono gli interlocutori giusti. Certo non è ancora sufficiente.

La bioeconomia non è solo una questione industriale o finanziaria, ma è anche e probabilmente in modo rilevante una questione culturale: riguarda la nostra vita di tutti i giorni, le nostre abitudini consumistiche.

Allora è un bene che come proposto a Rimini si cominci a ragionare su una pedonalizzazione di tutti i centri urbani, che si avviino o si consolidino tutte le iniziative di bike-sharing, car-sharing e car-pooling. Che si sostenga una politica di lotta allo spreco e di riutilizzo dei rifiuti. La mobilità sostenibile e la gestione dei rifiuti fanno parte integrante anche della bioeconomia, intesa come movimento culturale.

E molte delle 70 proposte, estratte dai documenti elaborati dagli 8 gruppi di lavoro tematici, che sono state oggetto di dibattito e di confronto con gli interlocutori intervenuti agli Stati generali della Green Economy sono applicabili integralmente alla bioeconomia.

Vediamole nel dettaglio: misure generali per una green economy (tra cui l’obiettivo di migliorare e rafforzare la comunicazione agli investitori e ai mercati sui vantaggi della green economy, valorizzare il potenziale green delle imprese italiane, rafforzare un uso mirato degli strumenti economici, promuovere e sostenere iniziative green oriented nell’ambito del venture capital e del private equity); sviluppo dell’ecoinnovazione, sviluppo dell’ecoefficienza, del riciclo e della rinnovabilità dei materiali, sviluppo dell’efficienza e del risparmio energetico; sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, tutela e valorizzazione dei servizi degli ecosistemi, sviluppo delle filiere agricole di qualità ecologica e sviluppo di una mobilità sostenibile.

Adesso attendiamo che queste proposte siano tradotte in provvedimenti concreti e che accanto al Piano nazionale per la Green Economy annunciato dal ministro Clini a Rimini ci sia anche un Piano per la Bioeconomy. D’altronde che sia Bio o che sia Green stiamo sempre parlando dell’Economia del Terzo millennio.

MB

 

 

La bioeconomia al femminile

Un miliardo di persone al mondo sono obese mentre 900 milioni soffrono la fame. Intorno a questo drammatico paradosso è ruotata l’edizione 2012 di Women & Technologies, l’evento annuale dedicato ad approfondire il ruolo delle donne nello sviluppo tecnologico italiano. Ospitato nella cornice di Palazzo Turati a Milano lo scorso 6 novembre, quest’anno l’evento ha puntato l’attenzione su alimentazione, salute e sostenibilità. Tre concetti fortemente correlati, in un momento storico – come ha sottolineato in un videomessaggio Paolo De Castro, il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo – caratterizzato dalla scarsità delle risorse e dal bisogno di innovazione in agricoltura che consenta di migliorare la produttività del suolo e ridurre gli sprechi, soprattutto quello dell’acqua, per soddisfare il bisogno crescente di cibo di una popolazione mondiale che entro il 2050 si stima raggiungerà i 9 miliardi di individui.
Quantità ma anche qualità, che faranno dell’alimento sempre più un elemento imprescindibile per la prevenzione delle malattie, portando l’industria alimentare ad avvicinarsi all’approccio dell’industria farmaceutica. “Il cibo non sarà mai un farmaco – ha sottolineato Francesca Fasano dell’Ufficio Ricerche del colosso americano Heinz – ma qualsiasi nuovo prodotto deve basarsi su una solida ricerca scientifica”. Via via si andrà verso i cosiddetti alimenti funzionali, che avranno benefici sulla salute oltre che di tipo nutrizionale.
Altro tema bioeconomico affrontato nel corso del convegno tutto al femminile ha riguardato lo spreco del cibo. Il 30% della produzione agricola mondiale viene perso per stress a cui le piante sono sottoposte nel corso del loro ciclo di vita, il 20% nel ciclo post-raccolta. “Numeri impressionanti – ha messo in evidenza Chiara Tonelli, docente di Genetica delle piante all’Università di Milano – che fanno comprendere il ruolo importante dell’innovazione nel miglioramento qualitativo delle piante, per renderle sempre più resistenti a condizioni climatiche avverse o farle crescere in zone caratterizzate da scarsità di acqua.
Il cibo si perde nei campi, dopo la raccolta e anche a casa dei consumatori. Secondo la FAO, dal campo alla tavola 1 milione e 300 mila tonnellate di cibo ancora consumabile viene gettato nei rifiuti. Se recuperato, si potrebbe dare da mangiare a circa metà della popolazione mondiale.
Da Milano, le donne di Women & Technologies mandano un segnale forte: ci saranno anche loro, le loro competenze, la loro passione, nella bioeconomia del Terzo millennio.
Gilda Giovanni

La bioeconomia italiana c’è e aspetta un segnale dal governo

La bioeconomia italiana c’è, ha tratti di eccellenza ed è sparsa su tutto il territorio nazionale. Attende che anche il governo nazionale e le Regioni giochino la propria parte, fornendo in primo luogo un quadro legislativo coerente e stabile, finanziando la ricerca e sostenendo la domanda di prodotti innovativi. È questo il messaggio che arriva da Milano, dove il 23 e 24 ottobre si è tenuta la seconda edizione del Forum italiano per le biotecnologie industriali e la bioeconomia, organizzato da Assobiotec, Innovhub-SSI e il Consorzio italiano per la biocatalisi.

Abbiano il nome di grandi gruppi  industriali come Eni, Novamont e Mossi & Ghisolfi, o delle più importanti università e centri di ricerca, gli attori italiani della bioeconomia concordano sulla grande opportunità che questa nuova economia basata sull’utilizzo delle risorse biologiche può offrire all’Italia per coniugare crescita economica, sviluppo sostenibile e creazione di nuovi posti di lavoro.

“La chimica italiana non ha nulla da invidiare agli altri paesi – sostiene Guido Ghisolfi, presidente della Chemtex Italia, una società del gruppo piemontese Mossi & Ghisolfi – siamo secondi solo alla Germania in Europa. Ma oggi grazie alla bioeconomia quelli che sono stati storicamente dei punti di debolezza dell’Italia nel settore chimico possono trasformarsi in fattori di forza. Un esempio? La chimica italiana è stata sempre accusata di essere troppo sparsa sul territorio, adesso, con l’esigenza di creare bioraffinerie diffuse per soddisfare la domanda energetica locale, questo può trasformarsi in un fattore critico di successo”.

Intanto, a Crescentino, in Piemonte, il Gruppo M&G ha da poco avviato l’attività della propria bioraffineria per biocarburanti di seconda generazione. Si raffina la zucchero per fare biocarburanti a costi più bassi di quanto costa sul mercato brasiliano. “Abbiamo venduto la nostra tecnologia (Proesa, ndr) che serve a questo processo anche ai brasiliani. Considerato che il Brasile è il primo produttore mondiale di canna da zucchero, è un po’ come vendere il ghiaccio agli eschimesi”, dice Ghisolfi.

Bioeconomia significa anche riconversione di impianti industriali dismessi, con ricadute significative in campo occupazionale. In questo senso, Novamont, la società novarese guidata da Catia Bastioli, sta svolgendo un ruolo di primissimo piano in Italia. A Porto Torres, insieme a Versalis, ha avviato sul terreno di una ex raffineria dell’Eni una bioraffineria per la produzione di bioplastiche. A Terni, ha rilevato uno stabilimento dismesso di Lyondell-Basell per la produzione di bioplastiche e biolubrificanti. A San Marco Evangelista, in provincia di Caserta, ha rilevato uno stabilimento di Sigma Tau per farne un centro di ricerca biotecnologica. Altri impianti sono presenti nel Veneto e nel Lazio.

“L’Italia – ne è fortemente convinta Catia Bastioli – può vincere questa nuova sfida della bioeconomia. Abbiamo capacità e competenze di primissimo livello, che ci devono spingere a dare piena attuazione agli obiettivi fissati con la Strategia europea per la bioeconomia, lanciata lo scorso febbraio dalla Commissione europea”.

Abbiamo competenze di primissimo livello e diffuse. A Milano sono stati presentati una settantina di progetti di ricerca sul biotech con potenzialità di applicazione per la bioeconomia. È il caso della Protein Factory, che ha illustrato come piante di erba medica hi-tech proteggeranno come  le colture biologiche dall’invasione degli erbicidi delle coltivazioni vicine e permetteranno di bonificare i terreni agricoli dall’accumulo di queste sostanze.    A sviluppare la super erba medica sono stati i ricercatori del centro di ricerca, una vera e propria ”fabbrica delle proteine”, nato dalla collaborazione tra università dell’Insubria di Varese, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e Politecnico di Milano. L’erba medica hi-tech non solo è resistente al più diffuso degli erbicidi, il glifosate, ma è addirittura capace di degradarlo, ripulendo così i terreni agricoli. Il segreto sta in un enzima “mangia-erbicidi”, chiamato glicina ossidasi, che gli stessi ricercatori della ”fabbrica delle proteine” hanno sviluppato in laboratorio a partire da un enzima del batterio Bacillus subtilis.

I primi test condotti in laboratorio sono stati positivi. ”Abbiamo verificato che la pianta resiste perfettamente all’erbicida e nel giro di un paio di mesi è in grado di eliminarne ogni traccia”, spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro e docente di biochimica all’Università dell’Insubria. ”Al momento non è possibile fare esperimenti sul campo – aggiunge – ma pensiamo che in futuro la pianta potrà essere usata sia per bonificare i terreni dall’accumulo di glifosate, sia per creare un argine intorno alle coltivazioni bio in modo che non vengano contaminate dagli erbicidi dei vicini”.

E ancora: la Promis biotech, uno spin-off della Facoltà di Agraria dell’Università di Foggia, ha presentato un progetto basato su batteri, lieviti e muffe ‘Doc’ per migliorare la produzione di alimenti fermentati tipici della gastronomia italiana e fortemente legati al territorio, come vino, aceto, pane e formaggio.

Dall’agro-alimentare, alla chimica-farmaceutica, al comparto energetico e a quello ambientale. Le applicazioni biotecnologiche per sviluppare la bioeconomia italiana, mostrate a Milano, sono diverse e di altissimo livello.

Manca una strategia nazionale che la sostenga, è il grido di allarme che arriva da Milano. Se la Commissaria europea alla Ricerca, Innovazione e Scienza, Maire Geoghegan-Quinn, ha inviato un proprio messaggio di sostegno e vicinanza, da Roma, e dai ministeri della Ricerca e dell’Ambiente in particolare, nulla da segnalare.

Mario Bonaccorso