La locomotiva tedesca avanza grazie alla bioeconomia

Il 13% di tutti i dipendenti e quasi l’8% del Pil in Germania sono direttamente connessi  alla bioeconomia. A renderlo noto è  il Von Thünen-Institut, l’Istituto di ricerca per lo Sviluppo rurale, forestale e della pesca, che fa capo al ministero federale tedesco dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e della Protezione dei consumatori (BMELV è l’acronimo). I dati prendono in considerazione non solo lo sviluppo rurale, le foreste e la pesca, ma anche l’industria alimentare, del legno, della carta, del cuoio e tessile, così come parti dell’industria chimica e farmaceutica e dell’industria energetica. Tutti i settori, quindi, che compongono la bio-based economy.

“La nostra visione di sviluppo – fa sapere Robert Kloos, sottosegretario al BMELV – si basa su un’economia sostenibile derivante dal ciclo naturale. La molteplice offerta della bioeconomia può consentire di alimentare il mondo in modo sufficiente e sano e porre le fondamenta per la fornitura di nuovi prodotti di alta qualità e materie prime rinnovabili”.

L’indagine svolta dall’Istituto Von-Thünen è funzionale alla stesura di un documento di strategia che sarà inserito nella strategia nazionale tedesca “Bioeconomia 2030”, il piano politico federale presentato nel 2010 che traccia la strada verso una società e una economia bio-based in Germania.  Sì, perché in Germania la bioeconomia è da tempo al centro dell’attenzione del Governo federale e dei governi regionali, con una strategia a lungo termine che coinvolge le imprese, le università, i centri di ricerca e i numerosi cluster che sono stati costituiti nell’ultimo decennio. A confermarlo è il sottosegretario Kloos, secondo cui “la bioeconomia dà un contributo significativo per rispondere alle grandi sfide del nostro tempo: oltre alla sicurezza alimentare globale, pensiamo alla ricerca di alternative alla crescente scarsità di materie prime fossili e fonti di energia”.

“Il passaggio a fonti rinnovabili di energia e materie prime – aggiunge Kloos – è una soluzione a lungo termine senza alternative. Detersivi o giocattoli per bambini derivati dal petrolio non possono essere più la regola. Quando è tecnicamente fattibile, sostenibile ed economicamente redditizio, dobbiamo sostituire tutti i prodotti a base fossile con prodotti a base biologica. Così si riducono le emissioni di CO2 nocive e ci rendiamo economicamente indipendenti “.

Il BMELV ha già avviato in questo quadro nuove politiche e programmi di finanziamento per sostenere la ricerca su tecnologie innovative applicabili per il riutilizzo dei rifiuti e degli scarti agricoli. “La produzione di cibo è sempre la nostra priorità – sostiene Kloos – ed è per questo che vogliamo sfruttare in modo migliore i terreni, i rifiuti e tutto quanto può creare sinergie”.

Grazie alle alternative biologiche alle materie prime fossili, ci sono nuove prospettive e opportunità non solo per l’ambiente ma anche per lo sviluppo economico della Germania. Questo a Berlino sembra essere un concetto molto chiaro. Così come che per promuovere questo cambiamento serve anche una campagna informativa nei confronti dei consumatori: il BMELV da tempo ha avviato un programma di comunicazione con lo slogan “I nuovi prodotti: fatti dalla natura”. E sul sito del ministero è già possibile verificare per quali prodotti fossili esiste un’alternativa rinnovabile e sostenibile e quale è la fase di sviluppo delle alternative non ancora presenti sul mercato.

Marta Daria

Il Congresso Usa contro Obama e il piano sui biocarburanti

A rischio il piano biofuels del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Secondo voci che provengono da oltre Atlantico, il congresso potrebbe interrompere gli ambiziosi programmi sui biocarburanti della Difesa americana, quando a breve assumerà il National Defence Authorization Act. Il motivo? Gli alti costi dei carburanti di derivazione biologica rispetto ai carburanti di origine fossile. Ma i più maligni pensano si tratti di un ennesimo tentativo di  sgambetto al presidente Obama, appena rieletto. Comunque sia, si tratterebbe di un colpo pesante per la strategia americana a lungo termine per la sicurezza energetica. Ma non solo: i produttori di biocarburanti perderebbero uno dei maggiori e più promettenti clienti.

Il Dipartimento della Difesa è infatti uno degli attori chiavi nella bioeconomia a stelle e strisce, non solo in qualità di cliente tenace e aggressivo ma anche perché svolge un’attività importante di ricerca e sviluppo sui biocarburanti di terza generazione, quelli che derivano dalle alghe.

Già la scorsa primavera, i leader repubblicani al Congresso avevano tentato di impedire ai militari di acquistare i biocarburanti in quanto più costosi rispetto ai combustibili fossili, e si erano anche opposti alla costruzione di bioraffinerie della Difesa sul suolo americano. La risposta di Obama era stata ferma: 62 milioni di dollari messi subito a disposizione per l’acquisto di biocarburante militare, operazione compiuta nel quadro del Defence Production Act degli anni cinquanta, e 420 milioni per una partnership pubblico-privato sui biocombustibili per la costruzione di bioraffinerie.

Solo grazie a questo intervento la Marina militare ha potuto mantenere la propria collaborazione con la società Biodico per la ricerca e sviluppo di biocarburante. Di recente, la Biodico ha firmato un accordo con la Marina per la costruzione di una bioraffineria nuova di zecca. La Marina mette a disposizione una sua base e in cambio ottiene dalla Biodico la fornitura di biocarburante a prezzi competitivi.

Ma anche l’Aeronautica, l’Esercito e la Guardia costiera statunitensi sono coinvolti nel programma sui biocarburanti.

In un Rapporto pubblicato nei mesi scorsi, il Dipartimento della Difesa ha stimato che la sola iniziativa sul biocarburante militare potrebbe generare un volume d’affari di circa 20 miliardi di dollari entro il 2020, creando fino a 17mila nuovi posti di lavoro.

La relazione rileva inoltre che i benefici di una bioeconomia in crescita sono distribuiti su una vasta area degli Stati Uniti, andandosi a integrare con le iniziative rurali dell’Amministrazione Obama per lo sviluppo economico. Il piano di sviluppo economico rurale ha preso il via nel 2011 con un memorandum d’intesa tra il Dipartimento della Marina, quello dell’Energia e quello dell’Agricoltura, che presentava la Marina come un cliente bramoso di biocarburanti.

Gli apparati militari sono il più grande driver dell’industria dei biocarburanti negli Stati Uniti in questo momento. Se il Congresso dovesse davvero bloccare i programmi della Difesa – dicono gli addetti ai lavori – la mazzata per l’industria biofuels made in America sarebbe davvero pesantissima.”

Felice Amori

DSM: in Europe we need a more integral approach to the bioeconomy from regulators

In Europe there is a need for stability and coherence in the regulatory field of new energy. The Commission’s decision to limit to 5% the use of first-generation biofuels (those derived from food crops) goes in the wrong direction. To say it is Martijn Antonisse, director of new projects on bio-based products for DSM, the giant Dutch multinational active in the fields of life sciences, nutrition and materials (22 thousand employees worldwide, with a turnover of € 9 billion in 2011) . One of the first industries to sniff the new business of bio-economy, the new economy based on biological resources, and invest good money.
Mister Antonisse, how much is DSM investing for bio-based products?
We don’t reveal our R&D expenditure for any specific subject. What we can share is that we spent 5.3% of net sales on R&D in 2011
Well, I think a significant percentage. But what makes DSM so decided to focus on the bioeconomy?
We don’t know exactly what the future holds for our planet, but we strongly believe that we need to prepare for the era when fossil feedstock will become too expensive, or even limited in availability. As our great-grandparents and their ancestors did, we will need to return to living of the land – using wind, solar energy, hydro and crops, be it smarter (a/o through the use of biotechnology) than we did before we found oil.
According to Bloomberg New Energy Finance, next-generation ethanol alone could create up to a million man-years of sustainable employment in Europe between now and 2020, and help reduce road transport green house gas emissions by 50%.
DSM wants to be a leader of this revolution. Thanks to our company, new enzyme and yeast technology exists that has made cellulosic ethanol – that is biofuel made from (non edible) plant residues– commercially viable for the first time.
So what do you think of the European Commission’s decision to restrict the use of first-generation biofuels to 5%? The discussion in the whole of Europe is lively …
The proposal to limit the use of crop-based biofuels to 5% and at the same time double or quadruple count several non-food-related alternatives, will eventually lead to a lower percentage of current fuel consumption being fulfilled with renewable alternatives. To us that is a disappointing direction, since we work from the belief that the transition from non-renewable to renewable feedstock is the first important objective. Regulation should help to increase the level of responsible thinking involved – not stop, or limit the demand.
What measures should be introduced by Europe to effectively drive the bioeconomy?
DSM feels that we need a) a more integral approach to the bio-economy from regulators (rather than one-sided thinking, either from energy, or agricultural, or environmental perspective) and b) measures that create a more level playing field for bio-based solutions versus their alternatives that are based on non-renewable feedstock. In this sense, we feel that Europe is severely lagging behind the USA and Brazil when it comes down to supportive policies and (consequential) market conditions.
Fortunately, however, DSM is not investing only in the U.S. or Brazil. It also does in Italy: in Cassano Spinola in the province of Alessandria, there is a plant of Reverdia, your joint venture with Roquette
Today the vast majority of chemical building blocks that go into making foods, resins, polymers and pharmaceuticals are derived from oil.
In a first significant step away from this model, DSM has partnered with Roquette, a leading French starch and starch-derivatives company, to produce bio-succinic acid, a key chemical building block that is made from plants rather than fossil carbon sources.
Bio-succinic acid, which is made from starch using an innovative enzyme-based fermentation technology, has environmental benefits in two respects: not only does it avoid the need for non-renewable hydrocarbon ingredients; it is also much less energy intensive to produce, requiring 40% less energy to make than conventional succinic acid.
Mario Bonaccorso

Accordo tra Faurecia e Mitsubishi Chemical per la bioauto

Faurecia e Mitsubishi Chemical hanno firmato una partnership per lo sviluppo e la produzione entro il 2014 di una bioplastica da impiegare negli interni delle automobili. A renderlo noto sono le due società, che si muoveranno attraverso una joint venture con la thailandese PTT per l’avvio di un impianto di PBS (Polibutilene succinato) con una capacità produttiva di 20mila tonnellate all’anno in Thailandia.

La francese Faurecia, uno dei più grandi gruppi mondiali per la componentistica per l’industria automobilistica,  aveva già avviato nel 2006 un progetto denominato BioMat per la produzione di bioplastiche da materiali naturali. Oggi arriva la partnership con i giapponesi di Mitsubishi con lo scopo di sviluppare una gamma completa di bioplastiche per gli interni delle autovetture. Secondo le stime del Gruppo parigino, l’impiego di queste plastiche di derivazione biologica sarà protagonista di un vero e proprio boom nel periodo tra il 2015 e il 2020.

I vincoli ambientali, associati alla riduzione del peso dei veicoli e alla nuova regolamentazione europea che mira ad aumentare la riciclabilità dei materiali utilizzati nel settore automobilistico (85% in Europa entro il 2015) spingono infatti verso l’impiego di nuovi materiali derivati da risorse naturali, al posto della plastica derivata dal petrolio. L’iniziativa franco-giapponese mira in questo senso a garantire che i materiali utilizzati abbiano un impatto positivo sull’intero ciclo di vita del prodotto: dall’estrazione iniziale fino allo smaltimento.

Entrando nei dettagli, obiettivo condiviso di Faurecia e Mitsubishi Chemical è lo sviluppo di un biopolimero (il polibutilene succinato) che può essere utilizzato nella produzione di massa delle parti interne delle auto, attraverso l’impiego di acido succinico bio-based fornito dalla società francese biotech BioAmber. Gradualmente, secondo i due gruppi industriali, si arriverà all’impiego del 100% di materiali di derivazione biologica nelle autovetture. Faurecia deterrà i diritti esclusivi per le applicazioni automotive dei nuovi biopolimeri.

Nicolas Pechnyk, Vice Presidente per l’Ingegneria di Faurecia Interior Systems, è convinto che “questo accordo strategico con Mitsubishi Chemical farà di Faurecia il primo fornitore dell’industria automobilistica di plastiche bio-based  al 100%, prodotte in massa”. “Siamo fiduciosi – ha sottolineato Pechnyk – che l’impiego di questa tecnologia porterà alla sostituzione totale delle plastiche oil-based con plastiche bio-based. E’ questo il caposaldo della nostra strategia Bioattitude”.

Felice Amori

Novartis punta sulla bioeconomia in Malesia

Novartis punta sulla bioeconomia e investe in Malesia. Il colosso farmaceutico svizzero – secondo voci che arrivano da Kuala Lumpur, dove si è appena conclusa BioMalaysia, la più grande manifestazione biotech delle regione  – ha siglato un accordo con il Sarawak Biodiversity Centre per sviluppare nuovi farmaci da prodotti naturali microbici.

E’ quanto si legge in una nota della Malaysian Biotechnology Corporation, l’Agenzia di sviluppo delle biotecnologie che fa capo al Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione.  Novartis – stando alla nota  ministeriale – starebbe valutando non solo investimenti nel campo della drug discovery ma anche investimenti diretti in aziende biomedicali della Malesia.

La volontà della società di Basilea di investire ulteriormente in Malesia è emersa nel corso dell’ultima edizione di BioMalaysia, che si è tenuta a Kuala Lumpur dal 5 al 7 novembre, avendo come focus principale la creazione di ricchezza attraverso la bioeconomia nel paese asiatico, che si candida non solo a sede di investimenti di grandi imprese multinazionali europee e americane, ma anche come grande fornitore di biomassa per gli sviluppi enegetici futuri.

A testimonianza del grande impegno del governo della Malesia per lo sviluppo della bioeconomia, alla tre giorni di BioMalaysia ha partecpato anche il primo ministro, Tan Sri Muhyddin Yassin.

Franco Forte

La bioeconomia al femminile

Un miliardo di persone al mondo sono obese mentre 900 milioni soffrono la fame. Intorno a questo drammatico paradosso è ruotata l’edizione 2012 di Women & Technologies, l’evento annuale dedicato ad approfondire il ruolo delle donne nello sviluppo tecnologico italiano. Ospitato nella cornice di Palazzo Turati a Milano lo scorso 6 novembre, quest’anno l’evento ha puntato l’attenzione su alimentazione, salute e sostenibilità. Tre concetti fortemente correlati, in un momento storico – come ha sottolineato in un videomessaggio Paolo De Castro, il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo – caratterizzato dalla scarsità delle risorse e dal bisogno di innovazione in agricoltura che consenta di migliorare la produttività del suolo e ridurre gli sprechi, soprattutto quello dell’acqua, per soddisfare il bisogno crescente di cibo di una popolazione mondiale che entro il 2050 si stima raggiungerà i 9 miliardi di individui.
Quantità ma anche qualità, che faranno dell’alimento sempre più un elemento imprescindibile per la prevenzione delle malattie, portando l’industria alimentare ad avvicinarsi all’approccio dell’industria farmaceutica. “Il cibo non sarà mai un farmaco – ha sottolineato Francesca Fasano dell’Ufficio Ricerche del colosso americano Heinz – ma qualsiasi nuovo prodotto deve basarsi su una solida ricerca scientifica”. Via via si andrà verso i cosiddetti alimenti funzionali, che avranno benefici sulla salute oltre che di tipo nutrizionale.
Altro tema bioeconomico affrontato nel corso del convegno tutto al femminile ha riguardato lo spreco del cibo. Il 30% della produzione agricola mondiale viene perso per stress a cui le piante sono sottoposte nel corso del loro ciclo di vita, il 20% nel ciclo post-raccolta. “Numeri impressionanti – ha messo in evidenza Chiara Tonelli, docente di Genetica delle piante all’Università di Milano – che fanno comprendere il ruolo importante dell’innovazione nel miglioramento qualitativo delle piante, per renderle sempre più resistenti a condizioni climatiche avverse o farle crescere in zone caratterizzate da scarsità di acqua.
Il cibo si perde nei campi, dopo la raccolta e anche a casa dei consumatori. Secondo la FAO, dal campo alla tavola 1 milione e 300 mila tonnellate di cibo ancora consumabile viene gettato nei rifiuti. Se recuperato, si potrebbe dare da mangiare a circa metà della popolazione mondiale.
Da Milano, le donne di Women & Technologies mandano un segnale forte: ci saranno anche loro, le loro competenze, la loro passione, nella bioeconomia del Terzo millennio.
Gilda Giovanni

Biocarburanti: nuova tecnologia australiana mette d’accordo tutti

Dall’Australia arriva una nuova tecnologia in grado di offrire una soluzione all’appetito insaziabile del mondo per cibo e carburante. A presentarla nel corso di una conferenza organizzata da Ausbiotech a Melbourne (il più grande raduno dell’industria biotecnologica dell’area Asia-Pacifico) sono stati Philipp e Geoff Bell. I due fratelli, cofondatori della società Microbiogen che ha finanziato le proprie ricerche con una concessione di 2,5 milioni di dollari dell’Agenzia australiana del governo federale per le Energie rinnovabili e con un finanziamento da parte del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, hanno sviluppato un nuovo modo di produrre etanolo a partire da prodotti di scarto della canna da zucchero, invece di utilizzare colture alimentari come il mais. Non solo, ma il lievito residuo utilizzato nel processo di produzione del combustibile ecologico è poi trasformato in mangime di alta qualità per gli animali. Secondo Anna Lavelle, amministratore delegato di Ausbiotech, l’Associazione australiana della bioindustria, la scoperta dei fratelli Bell è di “rilevanza mondiale” perché consente di affrontare due dei più grandi problemi del mondo – ovvero il fabbisogno di cibo e di energia – in un colpo solo. “Per questo motivo – sostiene Lavelle – questa tecnologia merita di essere pienamente sfruttata”. Pur essendo una fonte di energia pulita e rinnovabile, la produzione di etanolo è costosa e richiede vaste aree di terreni agricoli per coltivare i prodotti alimentari necessari come biomassa. Alla luce di questa considerazione l’Australia, a differenza per esempio dagli Stati Uniti, fino ad oggi non ha mai coltivato piante per la produzione di carburante e il tema non era all’ordine del giorno del governo. Questa nuova scoperta potrebbe cambiare le carte in tavola molto presto. “La nostra tecnologica consente di superare la contrapposizione tra alimentazione e carburante”, sottolinea Geoff Bell. In che modo? Il lievito della Microbiogen appositamente evoluto trasforma gli scarti del mais e della canna da zucchero in carburante prima di produrre un mangime animale più nutriente della soia. La vendita del mangime può quindi compensare il costo di produzione dell’etanolo, favorendo il classico “win-win” per gli investitori. “L’Australia – dice Geoff Bell – con le sue vaste zone umide a nord e le aziende agricole di zucchero di canna non redditizie è nella posizione ideale per trarre vantaggio dalla nostra tecnologia. Si può arrivare fino a  triplicare il valore per ettaro dei prodotti della terra”.

Gilda Giovanni

 

Biocarburanti di prima generazione al 5%: l’Europa è in agitazione

L’industria europea dei biocarburanti è in agitazione. Dopo un mese di indiscrezioni provenienti da Bruxelles, la Commissione europea ha finalmente reso noti i propri piani per limitare la produzione di biocarburanti di prima generazione, quelli derivati da colture alimentari, quali il mais, il grano e la colza, a favore di quelli considerati più ”sostenibili”, frutto delle ricerche più recenti, che possono essere estratti da alghe, rifiuti, paglia e altri tipi di scarti. Punti di forza di questi ultimi, cosiddetti di seconda e terza generazione, sono  le inferiori emissioni di gas ad effetto serra e la non interferenza con la produzione alimentare mondiale.
La proposta della Commissione guidata da Josè Manuel Barroso mira ad intervenire sulla legislazione europea portando un netto cambiamento di rotta, innanzitutto limitando fino al 2020 al livello di consumo attuale, ossia al 5%, la quantità di biocarburanti e bioliquidi derivati da colture alimentari che possono essere contabilizzati dagli Stati membri per raggiungere l’obiettivo  del 10% di energia rinnovabile nel settore dei trasporti entro il 2020, definito con il piano Europa 2020.

Ovviamente, adesso la parola passa all’Europarlamento e agli Stati membri, che hanno già annunciato battaglia contro questo cambiamento in corso delle regole, che può rappresentare una vera e propria batosta per l’intera filiera coinvolta nella produzione di biocarburanti di prima generazione nel Vecchio Continente.

I piani della Commissione europea segnano l’ultima fase del dibattito “alimenti contro combustibile” e le sfide per la sostenibilità dei biocarburanti.
Secondo Connie Hedegaard, commissaria europea all’Azione per il clima, “i biocarburanti che possono aiutarci a combattere il cambiamento climatico sono quelli veramente sostenibili”.
“Dobbiamo investire – sostiene Hedegaard – in biocarburanti che consentano di raggiungere una riduzione delle emissioni reali di CO2 e non siano in concorrenza con i prodotti alimentari. Non si tratta di abbandonare del tutto i biocarburanti di prima generazione, ma stiamo inviando un chiaro segnale che anche in futuro i biocarburanti devono provenire da biocarburanti avanzati. Tutto il resto sarà insostenibile”.
Sul fronte degli agricoltori si sottolinea, invece, come la proposta della Commissione sia “mal concepita” e come le piante di bioetanolo diano oggi carburanti di alta qualità. Ma non solo: la nuova legislazione obbligherebbe molti stati ad aumentare l’importazione di più costose proteine per l’alimentazione animale.

Uno dei fronti più caldi è quello del Regno Unito, dove le associazioni dei produttori di biocarburante fanno presente che il limite al 5% potrebbe davvero ostacolare il mercato nazionale, dove già oggi il 3,5% del carburante per i trasporti su strada è da biocarburanti, una gran parte dei quali fa affidamento sulle colture.
Jeremy Tomkinson, Ceo della NNFCC, una delle più importanti società di consulenza britanniche nel campo della bioeconomia, considera la direzione presa dalla Commissione europea come l’affossamento completo dell’industria dei biocarburanti. “L’uscita di Bruxelles – sostiene Tomkinson – sta creando una enorme confusione.  E’ come cambiare le regole a metà di una partita di calcio “.
Di diverso avviso i gruppi ambientalisti, i quali sostengono come le proposte non siano sufficienti. “L’opzione migliore – sostengono dall’Associazione Amici delle Terra – sarebbe quella di abolire del tutto i biocarburanti di prima generazione.”

Franco Forte

Commissioner Geoghegan-Quinn: open letter for the Italian Bioeconomy

Ladies and gentlemen,

While I cannot be with you in person at this important conference, I am delighted to be able to briefly share some thoughts with you via this open letter.

The Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy addresses many subjects of direct relevance to the European Union’s priorities in the field of research and innovation, in particular Innovation Union, the new Horizon 2020 programme and the European Bioeconomy Strategy.

The innovation potential of industrial biotechnology is huge. It can make a major contribution to greening Europe’s industries by providing more sustainable and resource efficient processes. It will also deliver entirely new ways of transforming renewable biological resources into a wide range of products. The development of biorefineries, the factories in which such  processes are to be implemented, will trigger new investments and create many new jobs in rural areas. The development of bio-based products will open new markets and strengthen the competitiveness of European companies.

The advancement of bio-based products will also reduce our dependency on fossil resources and contribute substantially to the reduction of greenhouse gas emissions.

Let me elaborate on one concrete example which you will cover during this conference. The European Commission recently made  a proposal to amend important Directives on renewable energy and fuel quality, in particular in connection with biofuels. Some biofuels may not achieve the desired level of greenhouse gas emission savings due to so-called ILUC (indirect land-use change) effects. In order to make sure that we achieve the necessary emission reductions, the proposal will encourage the use of advanced biofuels. Discussions on new technologies, such as those you have scheduled here, followed by rapid deployment will be essential if we are to achieve our goals.

Europe is fully determined to build a strong bioeconomy. The European Bioeconomy Strategy is designed to deliver a significant contribution to the Europe 2020 goals of smart, sustainable and inclusive growth.

Coming to Horizon 2020, an important aim of the new programme for Research and Innovation for the period 2014-2020, is to address major societal challenges. Building the bio-economy is a prominent part of this approach. Industrial biotechnology and research and innovation activities in the field of bio-based industries have an essential role to play in this regard.

The European Commission has also identified biotechnology as a Key Enabling Technology for the competitiveness of European industries. As a consequence, biotechnology-related activities have been included in all three priority areas of Horizon 2020: promoting scientific excellence, building competitive industries and addressing societal challenges.

A significant part of the budget earmarked for bioeconomy research and innovation activities will be invested in developing bio-based industries and their value chains. The European Commission is considering the possibility of implementing this part of Horizon 2020 through a Public-Private Partnership.

Discussions on a proposal for such a PPP on Bio-based Industries are on-going with the relevant industries. This partnership could offer you a unique opportunity to get more directly involved in research and innovation activities at EU level.

In fact, you can get started today. The public consultation on the possible PPP on Bio-based Industries is open until 14 December. You can contribute by going to the website of the Directorate General for Research and Innovation (http://ec.europa.eu/research/consultations/bio_based_h2020/consultation_en.htm) or the website “Your Voice in Europe”.

I strongly encourage you to take part in this consultation and I look forward to our continued collaboration.

Together, we can strengthen the competitiveness of our bio-based industries and build an even stronger European bioeconomy. I trust this conference will trigger many new ideas and initiatives. I am convinced that Horizon 2020 will provide great opportunities to help put these into practice.

Commissioner GEOGHEGAN-QUINN

Brussels, 22 October 2012

La bioeconomia italiana c’è e aspetta un segnale dal governo

La bioeconomia italiana c’è, ha tratti di eccellenza ed è sparsa su tutto il territorio nazionale. Attende che anche il governo nazionale e le Regioni giochino la propria parte, fornendo in primo luogo un quadro legislativo coerente e stabile, finanziando la ricerca e sostenendo la domanda di prodotti innovativi. È questo il messaggio che arriva da Milano, dove il 23 e 24 ottobre si è tenuta la seconda edizione del Forum italiano per le biotecnologie industriali e la bioeconomia, organizzato da Assobiotec, Innovhub-SSI e il Consorzio italiano per la biocatalisi.

Abbiano il nome di grandi gruppi  industriali come Eni, Novamont e Mossi & Ghisolfi, o delle più importanti università e centri di ricerca, gli attori italiani della bioeconomia concordano sulla grande opportunità che questa nuova economia basata sull’utilizzo delle risorse biologiche può offrire all’Italia per coniugare crescita economica, sviluppo sostenibile e creazione di nuovi posti di lavoro.

“La chimica italiana non ha nulla da invidiare agli altri paesi – sostiene Guido Ghisolfi, presidente della Chemtex Italia, una società del gruppo piemontese Mossi & Ghisolfi – siamo secondi solo alla Germania in Europa. Ma oggi grazie alla bioeconomia quelli che sono stati storicamente dei punti di debolezza dell’Italia nel settore chimico possono trasformarsi in fattori di forza. Un esempio? La chimica italiana è stata sempre accusata di essere troppo sparsa sul territorio, adesso, con l’esigenza di creare bioraffinerie diffuse per soddisfare la domanda energetica locale, questo può trasformarsi in un fattore critico di successo”.

Intanto, a Crescentino, in Piemonte, il Gruppo M&G ha da poco avviato l’attività della propria bioraffineria per biocarburanti di seconda generazione. Si raffina la zucchero per fare biocarburanti a costi più bassi di quanto costa sul mercato brasiliano. “Abbiamo venduto la nostra tecnologia (Proesa, ndr) che serve a questo processo anche ai brasiliani. Considerato che il Brasile è il primo produttore mondiale di canna da zucchero, è un po’ come vendere il ghiaccio agli eschimesi”, dice Ghisolfi.

Bioeconomia significa anche riconversione di impianti industriali dismessi, con ricadute significative in campo occupazionale. In questo senso, Novamont, la società novarese guidata da Catia Bastioli, sta svolgendo un ruolo di primissimo piano in Italia. A Porto Torres, insieme a Versalis, ha avviato sul terreno di una ex raffineria dell’Eni una bioraffineria per la produzione di bioplastiche. A Terni, ha rilevato uno stabilimento dismesso di Lyondell-Basell per la produzione di bioplastiche e biolubrificanti. A San Marco Evangelista, in provincia di Caserta, ha rilevato uno stabilimento di Sigma Tau per farne un centro di ricerca biotecnologica. Altri impianti sono presenti nel Veneto e nel Lazio.

“L’Italia – ne è fortemente convinta Catia Bastioli – può vincere questa nuova sfida della bioeconomia. Abbiamo capacità e competenze di primissimo livello, che ci devono spingere a dare piena attuazione agli obiettivi fissati con la Strategia europea per la bioeconomia, lanciata lo scorso febbraio dalla Commissione europea”.

Abbiamo competenze di primissimo livello e diffuse. A Milano sono stati presentati una settantina di progetti di ricerca sul biotech con potenzialità di applicazione per la bioeconomia. È il caso della Protein Factory, che ha illustrato come piante di erba medica hi-tech proteggeranno come  le colture biologiche dall’invasione degli erbicidi delle coltivazioni vicine e permetteranno di bonificare i terreni agricoli dall’accumulo di queste sostanze.    A sviluppare la super erba medica sono stati i ricercatori del centro di ricerca, una vera e propria ”fabbrica delle proteine”, nato dalla collaborazione tra università dell’Insubria di Varese, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e Politecnico di Milano. L’erba medica hi-tech non solo è resistente al più diffuso degli erbicidi, il glifosate, ma è addirittura capace di degradarlo, ripulendo così i terreni agricoli. Il segreto sta in un enzima “mangia-erbicidi”, chiamato glicina ossidasi, che gli stessi ricercatori della ”fabbrica delle proteine” hanno sviluppato in laboratorio a partire da un enzima del batterio Bacillus subtilis.

I primi test condotti in laboratorio sono stati positivi. ”Abbiamo verificato che la pianta resiste perfettamente all’erbicida e nel giro di un paio di mesi è in grado di eliminarne ogni traccia”, spiega Loredano Pollegioni, direttore del Centro e docente di biochimica all’Università dell’Insubria. ”Al momento non è possibile fare esperimenti sul campo – aggiunge – ma pensiamo che in futuro la pianta potrà essere usata sia per bonificare i terreni dall’accumulo di glifosate, sia per creare un argine intorno alle coltivazioni bio in modo che non vengano contaminate dagli erbicidi dei vicini”.

E ancora: la Promis biotech, uno spin-off della Facoltà di Agraria dell’Università di Foggia, ha presentato un progetto basato su batteri, lieviti e muffe ‘Doc’ per migliorare la produzione di alimenti fermentati tipici della gastronomia italiana e fortemente legati al territorio, come vino, aceto, pane e formaggio.

Dall’agro-alimentare, alla chimica-farmaceutica, al comparto energetico e a quello ambientale. Le applicazioni biotecnologiche per sviluppare la bioeconomia italiana, mostrate a Milano, sono diverse e di altissimo livello.

Manca una strategia nazionale che la sostenga, è il grido di allarme che arriva da Milano. Se la Commissaria europea alla Ricerca, Innovazione e Scienza, Maire Geoghegan-Quinn, ha inviato un proprio messaggio di sostegno e vicinanza, da Roma, e dai ministeri della Ricerca e dell’Ambiente in particolare, nulla da segnalare.

Mario Bonaccorso