Il piano irlandese per la bioeconomia punta sulle risorse marine

mare irlandese“Negli oceani esiste un grande potenziale per la scoperta di nuovi organismi, molecole e materiali, che possono essere utilizzati in campo biomedico, alimentare ed energetico, come ad esempio principi terapeutici e nutritivi”. A sostenerlo è Ilaria Nardello, una ricercatrice italiana a cui è stato affidato il coordinamento del Programma nazionale irlandese di ricerca nel campo della biotecnologia marina. Un progetto ambizioso, inserito in un’articolata strategia nazionale – ci dice Nardello – “che ha l’obiettivo di utilizzare le risorse marine per potenziare l’economia irlandese e ha comportato un investimento di circa 120 milioni di euro di fondi pubblici per la ricerca e lo sviluppo in tutte le aree del marino, nel periodo 2007-2010”.

L’Irlanda, presidente di turno dall’Unione europea, è uno dei paesi che si è già dotato di un Piano nazionale per la bioeconomia. In questa intervista ne approfondiamo i punti essenziali, per scoprire come “nonostante un clima di grandi incertezze legate ad una fortissima crisi finanziaria, l’Irlanda continua a scommettere sul sistema innovazione e sulla ricerca come fattori di sviluppo economico”.

di Mario Bonaccorso

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Tecnologia made in Germany per i biocombustibili ucraini

avangardSi sa, il business è business. E a questo deve aver pensato la cancelliera tedesca, Angela Merkel, più che al rispetto dei diritti civili in Ucraina e all’ex premier, Julia Timoshenko, che resta in carcere. Ricorderete che partì proprio da Merkel l’idea di boicottare l’Ucraina ai recenti campionati europei di calcio (tenutisi proprio in Polonia e Ucraina). Dicevamo, il business è business e così la Germania, messi da parte gli scrupoli estivi, intende aiutare l’Ucraina a stabilire la propria produzione di biocombustibili nel 2013. È quanto rende noto il ministero ucraino per le Politiche agricole e l’alimentazione (minagro.gov.ua), diffondendo una dichiarazione di Juergen Keinhorst, rappresentante del ministero federale tedesco per l’Ambiente intervenuto a un recente meeting economico ucraino-tedesco. Secondo Keinhorst, la Repubblica federale tedesca è pronta a investire in progetti piloti nel settore in Ucraina.

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In Brussels to foster European bioeconomy

La sede della Commissione europea, BruxellesDear Readers,

we would like to draw your attention to the stakeholder event on the planned bio-based industries PPP (Public-Private Partnership) BRIDGE organised by the European Commission DG Research on 09 January 2013 in Brussels.
During this event, the Commission will present the results of the public consultation, which ran until mid-December; and several partners active in the PPP will present the vision and mission of BRIDGE. The stakeholder meeting will be opened by DG Robert-Jan Smits, followed by presentations from Stephan Tanda (DSM), Catia Bastioli (Novamont), Tini Hooymans (TNO) as well as a panel discussion with representatives from the EU Commission, Industry and RTOs moderated by Lars Hansen (Novozymes).

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Il Cnr ci dice quanto è verde la biomassa

biomassa tronchi di legnoSiamo abituati ad associare la parola biomassa a qualcosa di ecologico ma non è detto che sia sempre così. Cosa sappiamo infatti dell’origine di questo prodotto? Per rispondere a queste e ad altre domande è nato “BiQueen-Biomasse di qualità”, studio condotto  dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (Ivalsa-Cnr) di San Michele all’Adige, in collaborazione con l’Università di Trento, l’Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo del Cnr, la Fondazione Bruno Kessler, il Distretto tecnologico trentino (Habitech) e l’Università di Poznan. I risultati della ricerca, durata due anni, sono stati pubblicati sulla rivista Wood Science and Technology.

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Il Canada si prepara alla sfida della bioeconomia

foresta canadeseIl Canada si prepara alla sfida della bioeconomia. Nel paese nordamericano è nata BEN (BioEconomy Network), una nuova rete intersettoriale della bio-based economy, che si pone l’obiettivo di sostenere politiche mirate di carattere finanziario e ambientale in grado di capitalizzare il potenziale emergente dei prodotti bio-based nel mercato globale. In parole più chiare: BEN vuole dare impulso a un settore che già oggi in Canada vale 86,5 miliardi di euro, oltre il 7% del Prodotto interno lordo, per far crescere l’economia e creare nuovo occupazione.

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Ecco perché serve un piano nazionale per la bioeconomia

ministero del lavoroDue milioni e 870mila disoccupati in Italia (un tasso dell’11,1%). Un record dal quarto trimestre 1992. La disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) ha raggiunto il 36,5%, il massimo storico. Ma la disoccupazione non fotografa con precisione la situazione del mercato del lavoro, perché non include cassintegrati, inoccupati, sotto-occupati e scoraggiati (quelli – sempre di più – che un lavoro hanno smesso di cercarlo). Per questo motivo in Europa si guarda al tasso di occupazione. Consapevole di questo, il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 22 novembre ha affermato durante un incontro al Club Canova, che “il numero di persone in difficoltà con il lavoro probabilmente supera i 7 milioni”. Un numero gigantesco, anche perché significherebbe 7 milioni di famiglie. E oggi il ministro Patroni Griffi ha reso noto che i precari nella Pubblica Amministrazione sono 260mila.

Altro dato da sottolineare è l’occupazione femminile: in Italia è al 47,2%, contro una media europea al 58,6%. E pensare che l’Agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato l’obiettivo di un’occupazione femminile al 60% entro il 2010. Ma soprattutto che le donne ottengono risultati scolastici e titoli di studio migliori rispetto agli uomini (anche in corsi di studio tradizionalmente a prevalenza maschile).

Ispirandoci a Ennio Flaiano, possiamo dire che la situazione in Italia è grave e in questo caso è anche molto seria.  Con la netta e avvilente sensazione che il nostro paese abbia perso quasi vent’anni a discutere del nulla, a consolidare rendite di posizione, senza investire per innovare e creare nuova occupazione. E senza riformare il sistema di welfare per tutelare i nuovi lavori flessibili che le legislazioni di destra e di sinistra hanno via via introdotto.

Lo scorso marzo a Copenaghen, nel corso della Conferenza sulla bioeconomia promossa dalla Presidenza danese dell’Unione europea, è emerso un messaggio su tutti: una delle chiavi, o forse l’unica chiave, per creare nei prossimi anni in Europa nuova occupazione, in un quadro di crescita economica sostenibile, è la bioeconomia. L’Europa ha chiamato i paesi europei all’azione per dotarsi ciascuno di un proprio piano nazionale per la bioeconomia. Ma mentre paesi come la Germania, l’Olanda, la Danimarca, l’Irlanda e persino la Repubblica Ceca hanno provveduto, e altri come la Francia stanno provvedendo, l’Italia si dimostra latitante. Eppure abbiamo tre imprese prese a modello dalla stessa Europa: Novamont, Mossi & Ghisolfi ed ENI. E altre piccole e medie imprese che dimostrano di essere in crescita, come nel caso di Bio-On, una piccola-media impresa emiliana che è proprietaria del know-how per la produzione di PHAs (polidrossialcanoati) riconosciuti come i migliori biopolimeri del futuro.

Il piano nazionale per la bioeconomia altro non è che una nuova strategia di  politica industriale-ambientale, che ai livelli odierni di disoccupazione è assolutamente urgente, capace di guardare al breve, al medio e al lungo periodo. Un nuovo paradigma che sostenga la ricerca universitaria, l’innovazione pubblica e privata, i processi di internazionalizzazione e le reti di imprese, partendo dal presupposto che la disoccupazione oggi non è più soltanto un effetto collaterale della crisi ma la sua stessa causa.  Proprio così: se non riparte subito l’occupazione è difficile pensare che possa ripartire l’economia nel nostro paese.

La bioeconomia in Italia offre già esempi virtuosi. Uno di questi è il progetto Novamont a Porto Torres, che prevede la riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie di terza generazione e si regge sull’integrazione tra agricoltura, chimica, industria e ricerca. In Sardegna, Matrìca, la joint-venture Novamont-Versalis, è impegnata nella costruzione di sette impianti entro il 2016 attraverso  fasi industriali per la produzione di intermedi chimici quali monomeri, additivi per lubrificanti, elastomeri e polimeri biodegradabili ottenuti da materie prime rinnovabili (oli vegetali e scarti agricoli) derivate da aridocolture autoctone a basso input (senza acqua irrigua, fertilizzanti e pesticidi) su terreni non utilizzabili per produrre alimenti. Un investimento complessivo di oltre 500 milioni di euro che, ripartendo dalla ricchezza delle risorse del territorio e dalla vocazione agricola locale, porterà lavoro e crescita in una delle Regioni italiane più gravemente toccate dalla crisi e dalla disoccupazione.

Qualunque sarà il prossimo governo che si insedierà nel 2013, è evidente che il tema dell’occupazione dovrà essere il primo, più urgente, punto della sua agenda politica.

Mario Bonaccorso

Il Messico si muove con il biocarburante

città del messicoIl Messico fa sul serio: il paese americano ha deciso di puntare con forza sui biocarburanti per sostenere la domanda generata dai più di 4 milioni di auto circolanti ogni giorno a Città del Messico e dai 28 milioni a livello nazionale, secondo la stima del parco veicoli fornita dalla Plataforma Mexico y Secretaria de Seguridad publica. Obiettivo: ridurre la dipendenza dal petrolio (i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia parlano di una domanda mondiale di oltre 90 milioni di barili di petrolio al giorno) e l’inquinamento prodotto dai gas serra. Non solo le auto, però, saranno beneficiarie dei nuovi biocarburanti. A sostenere la richiesta messicana sarà anche l’industria aerospaziale.

In Messico le compagnie aeree prevedono di acquistare entro il 2030 530 nuovi velivoli. Mentre Airbus e Boing, i principali produttori, stimano che la domanda di nuovi aeroplani in America Latina sarà pari a 2mila 500 unità nei prossimi vent’anni. Il che apre ottime possibilità all’impiego di bioturbosina, un biocarburante a base di Jatropha creato appositamente per gli aerei, con cui è stato compiuto già un primo volo in Messico e che – secondo Airbus – è in grado di ridurre del 50-80% le emissioni di gas a effetto serra (GHG). La stessa Airbus prevede che il 15% di tutta la turbosina si trasformerà in bioturbosina entro il 2020.

Il Messico è un paese molto sensibile ai temi legati al cambiamento climatico. Non è un caso che Cancun sia stata nel 2010 la città ospitante della COP (Conference of the Parties) 16, il più importante forum mondiale sui cambiamenti climatici organizzato nell’ambito delle Nazioni Unite. Al di là dell’Atlantico si vuole prendere la leadership nel settore crescente dell’energia rinnovabile. E ciò per il Messico significa risalire posizioni da quell’ottantaquattresimo posto in tema di sostenibilità in cui la colloca il Performance Index sviluppato dall’Università di Yale negli Stati Uniti. Ma non si parla solo di biomasse. Il più grande campo di energia eolica in America Centro-meridionale ha aperto a Oaxaca nel corso del 2012. Un progetto che ha comportato un investimento di circa 600 milioni di dollari, secondo i dati ufficiali, e che ha avuto tra i maggiori investitori il Gruppo Bimbo (panificazione) e Femsa (bevande), due delle più grandi aziende del paese. A testimonianza dell’attenzione delle grandi imprese internazionali verso la bioeconomia, Daniel Servitje, l’amministratore delegato del Grupo Bimbo, è uno dei più grandi critici della politica messicana di sussidi sulla benzina, che costa al governo più di 20 miliardi di dollari all’anno, considerandola come “un grande ostacolo alla possibilità di creare un ambiente migliore per l’economia verde”.

Altre società di grandi dimensioni, come ad esempio General Electric, hanno deciso di comprare cinque miliardi di galloni di biocarburante ogni anno, con l’obiettivo di effettuare test per il loro uso in motori aeronautici. Si rafforza così la pressione delle organizzazioni di settore per l’approvazione di una legge sui biocarburanti, che consenta la creazione di un mercato dinamico e competitivo, in grado di produrre e persino esportare rinnovabili. Non bisogna dimenticare, infatti, che due paesi dell’America Latina, Brasile e Argentina, sono insieme con gli Stati Uniti i tre maggiori esportatori di biocarburanti nel mondo. Il processo sembra essere ben avviato. In alcuni stati, come ad esempio il Chiapas, numerose iniziative per produrre carburante “verde” sono state intraprese congiuntamente da aziende di diversi settori. Durante la scorsa estate, l’Unione delle Società Bioenergetiche del Chiapas ha annunciato un investimento di 600 milioni di pesos per la coltivazione di 10 mila ettari di Jatropha, una pianta che consente l’estrazione di olio che può essere utilizzato come combustibile biodiesel. La coltivazione della Jatropha è stata promossa in Messico anche dal Ministero delle Comunicazioni e dei Trasporti, attraverso un accordo con il Consiglio per lo sviluppo economico di Sinaloa, e prevede di delineare una strategia per la coltivazione e la lavorazione di questa pianta per la trasformazione in biocarburante specificamente per la flotta di aeromobili. Gli esperti del settore stimano che quattro milioni di metri quadrati di coltivazione di Jatropha siano in grado di generare più di 700 litri di carburante l’anno, 300 litri nel caso della soia, 1500 litri nel caso della camelina, 2300 nel caso della palma, dove il Costa Rica si distingue come uno dei principali produttori, e fino a 275mila nel caso delle alghe.

Marta Daria

Novamont cresce nella bioeconomia: conclusa l’acquisizione di un ramo d’azienda di Tecnogen


novamontNovamont ha portato a termine l’acquisizione di un ramo d’azienda di Tecnogen, il centro di ricerca sulle biotecnologie controllato da Sigma Tau Finanziaria e da mesi in liquidazione. 

In base ai termini dell’accordo, “il ramo d’azienda rilevato da Novamont è costituito dallo stabilimento di Piana Monte Verna (in provincia di Caserta), dalle immobilizzazioni materiali e dalle autorizzazioni, dalle licenze e dai permessi non afferenti all’attività farmaceutica”, spiega una nota diffusa da Novamont.

Grazie all’accordo con le rappresentanze sindacali, inoltre, dodici lavoratori verranno subito riassorbiti dall’azienda novarese e altri sei, disponibili al trasferimento, potranno essere assunti nello stabilimento di Adria-Bottrighe della controllata Mater Biotech quando verrà attivata la prima produzione di 1,4 biobutandiolo.

“Con questa operazione intendiamo aumentare la massa critica per affrontare con massima determinazione la prima fase della piattaforma biotecnologica Novamont, destinata a far crescere ulteriormente la società, attraverso una maggiore integrazione tra processi chimici e biotecnologie industriali”, ha dichiarato Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont.

La piattaforma biotecnologica Novamont può contribuire a far ripartire un settore industriale strategico come quello chimico, coinvolgendo il territorio in un processo di innovazione che contribuisca in modo determinante al rilancio del sistema economico e alla creazione di valore per l’intero paese. Il ruolo di “infrastruttura tecnologica” in tale settore potrà aiutare a creare le condizioni per un effetto positivo non solo sul comparto ma anche su tutta l’industria a valle e sull’agricoltura.

“La chiusura di Tecnogen avrebbe comportato la perdita di uno straordinario patrimonio di impianti e tecnologie per lo sviluppo di processi fermentativi e la dispersione di importanti competenze e conoscenze maturate in questi anni sul territorio campano. La nostra iniziativa ha l’ambizione di voler dimostrare che il nuovo settore della bioeconomia basato sull’innovazione continua può accelerare lo sviluppo, sapendo utilizzare per la crescita del paese competenze altrimenti disperse”, ha concluso Bastioli.

L’acquisizione del ramo d’azienda di Tecnogen segue di alcuni mesi quello dell’ex impianto BioItalia di Adria-Bottrighe dove, in partnership con la statunitense Genomatica, entro la fine del 2013 entrerà a regime per uso captive, per Novamont e i suoi partner, la prima produzione al mondo su scala industriale del bio-butandiolo da fonti rinnovabili, un intermedio chimico sinora ottenuto solo da fonti fossili e caratterizzato da elevatissima domanda per una vasta gamma di applicazioni (tessile, elettronica, automotive, ecc.).

Evonik: the future of Chemical industry is eco-sustainable

“The chemical industry has the potential to play a key role in a sustainable economy. Already in this particular economic phase, the use of alternative feedstock in the chemical industry is gaining importance in light of increasing oil prices and finite fossil resources”. To say it, in this interview with Il Bioeconomista is Achim Marx, top manager of Evonik with the responsibility to follow the business of the Bioeconomy, together with his collegue Henrike Gebhardt, Senior Project manager for bioeconomy. To many people the name Evonik will bring to mind the main sponsor of Borussia Dortmund, the German football team that in its qualifying round of the Champions League has left behind great teams such as Real Madrid, Manchester City and Ajax. The company based in Essen is one of the world’s largest industrial chemical groups: 33 thousand employees around the world with a turnover of about 15 billion euro. His business is in specialty chemicals, real estate and energy.

Interview by Mario Bonaccorso

Evonik is one of the major chemical group in Europe that invests strongly in bioeconomy. What’s the role of biological resources for the sustainability of the chemical industry?

AM: In my opinion the chemical industry will remain primarily petrochemical-based until roughly 2030 to 2050, due primarily to the cost and limited availability of biomass. Nevertheless, using renewable raw materials such as sugar or plant waste reduces producers’ dependence on petrochemical feedstocks, thereby ensuring access to raw materials. Critical here is that biotech and chemical processes both be economical. Sustainability of a given biological process has to be verified as well. Evonik delivers high-performance products to its customers. An important performance attribute is sustainability, and the life cycle assessment characteristics for Evonik’s amino acids and bio-based polyamides are outstanding. Another important benefit to the customer is global supply security. Our customers highly value Evonik’s global amino acid supply network and long tradition of using industrial biotechnology for large-scale production of feed amino acids. The use of alternative feedstock in the chemical industry is gaining importance in light of increasing oil prices and finite fossil resources. Although our industry will remain predominantly petrochemical-based in the coming decades, there is enormous potential for increasing the use of bio-based feedstock—not only for producing specialty chemicals but also as the key building blocks of high-volume chemicals. The ability of all the actors to go the full innovation cycle – from research to market deployment – will be a key factor in determining success.

And for the future of a reality such as Evonik?

AM: Biotechnology is a future-oriented technology and, therefore, an integral part of Evonik’s growth strategy. Evonik has been active in the bioeconomy for decades. Our company’s portfolio comprises amino acids and derivatives, active pharmaceutical ingredients (APIs), (bio)catalysts/products for the production of biofuels and platform chemicals, bio-based polyamides, bio-based polyester polyols for coatings/adhesives, active cosmetic agents, emollients, etc.

How much does Evonik invest in biotech R&D as percentage of the total turnover? What’s your plan on bioeconomy for the next years?

HG: With biotechnology, Evonik continuously improves the Group’s existing products, develops new products, and designs more efficient and sustainable manufacturing processes. Last year Evonik spent €365 million on research and development therefore more than €30 million in biotech R&D. In our Science-to-Business Center Biotechnology at the Marl site, Germany, research in “white biotechnology” focuses on two aspects: developing sustainable production processes such as fermentation and biocatalysis, and synthesizing bio-based materials that possess superior properties or present a significant cost advantage. The Science-to-Business Center Biotechnology is divided into four competence areas: Synthetic Pathways, Bio-Product & Process Development, Portfolio Development, and Networks Industrial Biotechnology. Currently, the Center devotes its research to the development of high-performance plastics, as well as to the manufacture of ingredients for cosmetics, such as anti-aging products. Projects of the Science-to-Business Center Biotechnology have been financially supported by the state of Nordrhein-Westfalen and co-financed by the European Union.

Meanwhile, you have also presented a development plan in the field of Health and Nutrition, right?

AM: Yes, Evonik’s Health & Nutrition business unit is active in biotechnological research and development. The business unit’s strengths are in metabolic engineering and in developing fermentative and enzymatic production processes. The Process Technology & Engineering service unit provides Health & Nutrition with support for designing processes and building facilities and facility components. In addition, Health & Nutrition operates a global network of production facilities of varying size, scope and specialization. They allow us to make specialty products for the pharmaceutical industry as well as high-volume products for nutrition applications. In the Health & Nutrition Business Unit alone Evonik is hoping for sales of €1 billion over the medium term for products made using biotechnology.

Give us some examples…

HG: Evonik will be investing some €350 million by 2014 to expand its Biolys® business. An amino acid used in animal feeds, Biolys® is a source of L-lysine produced via fermentation. Investments include construction of new L-lysine plants in Brazil and Russia capable of producing nearly 200,000 metric tons each year as well as a recently finished production expansion to 280,000 metric tons per year at its Blair site in North America. The new facilities are in line with the health and nutrition megatrends. As the world’s population grows, so does the demand for meat, fish, dairy, and eggs. As a consequence, feed production is increasingly relying on amino acids to supplement feed. Biolys®,a biotechnology product made from renewable resources, is globally known as a highly effective source of L-lysine for animal feed, which helps sustainably reduce costs in feed production and animal breeding. It also benefits the environment: in a life-cycle analysis certified by TÜV Rhineland, Evonik documented that supplementing the protein supply in animal feed with Biolys® is a particularly environmentally sound concept for adequate, healthy animal nutrition.

As far as Evonik’s concerned, is the Bioeconomy, together with Green Economy, the right answer to the challenges of the third Millennium?

AM: Developing a “green economy” was one of the key topics at the Rio+20 Conference, and with good reason. I feel that both issues – sustainability and efficiency – are important concerns for bio-based chemicals and are in no way contradictory. A sustainable economy does indeed need to look at the possibility of increasing bio-based elements. The chemical industry has the potential to play a key role in a sustainable economy. Evonik specialty chemicals activities focus on high-growth megatrends. The megatrends resource efficiency, health and nutrition, and globalization are the translation of the future needs of a growing, ageing, and global population. The Bioeconomy will have a key role in supporting the development of innovative products and technical solutions to answer these challenges.

(the Italian version of this interview is published on affaritaliani.libero.it/green)

 

 

Taiwan vicina alla produzione di biocarburanti a base di alghe

Taiwan è vicina alla produzione di biocarburanti a base di alghe. A renderlo noto è il Ministero degli Affari economici (MOEA) del paese asiatico, che ha pubblicato i risultati ottenuti da uno studio congiunto  condotto dall’Istituto di Ricerca tecnologica e industriale e dall’Istituto di ricerca nel settore della pesca.  Il nuovo combustibile derivato dalle alghe sarebbe non solo ecosostenibile ma anche vantaggioso dal punto di vista economico.

“Le microalghe – si legge in una nota ministeriale – hanno vantaggi molteplici: crescono velocemente, sequestrano  il carbonio e hanno un alto contenuto di lipidi”.

Taiwan ospiterebbe “ l’ambiente naturale perfetto per lo sviluppo di questa fonte di energia, che non va a competere con le risorse del territorio per la produzione agricola”, sottolinea un portavoce del MOEA.

Le prime stime fornite dallo studio taiwanese indicano la produzione iniziale di questo combustibile alternativo in 15mila litri all’anno, grazie a cui si assorbirebbero 100 tonnellate di anidride carbonica.

“Questo risultato è un punto di riferimento importante e un buon ritorno per gli investimenti  governativi sostenuti negli ultimi sei anni per il programma di Ricerca e Sviluppo di nuove bioenergie dalle alghe”, sottolinea ancora il portavoce del MOEA.

Per sostenere questo progetto di bioenergie dalle alghe,  l’Istituto di Ricerca tecnologica e industriale di Taiwan ha stipulato di recente un protocollo d’intesa con il Dipartimento Usa dell’Energia per i biocarburanti e i bioprodotti avanzati.

L’ennesima testimonianza che la ricerca di nuove energie da fonti rinnovabili investe sempre di più tutti i paesi del mondo, ma soprattutto che la partnership è la chiave di volta per aprire nuove opportunità e fare passi avanti concreti.

L’impiego delle alghe per la produzione di nuove energie è sempre più al centro dell’attenzione dei governi, perché contribuisce a superare il tema dell’impiego di colture alimentari. Gli ecosistemi marini rappresentano il 50% della biomassa globale e sono relativamente poco sfruttati. Inoltre la alghe sono in grado di produrre più biomassa per metro quadrato rispetto a quanto riescano a fare piante a rapida crescita, come ad esempio la canna da zucchero.

Gilda Giovanni